Ho il non irrilevante privilegio di essere tra uno dei duemila possessori di un volumetto di Umberto Eco. Si tratta di un libro edito nel 2007 dalla piccola casa editrice Rovello. Le copie sono numerate ed io sono possessore della copia numero 727. Potreste tranquillamente dire “e chi se ne frega” e sarebbe legittimo, ma sbagliato, perché questo è un libro un po’ particolare; appartiene a quella categoria che si potrebbe definire “libri di libri”. Ne ho letti molti, uno di questi qualche settimana fa, “Come catalogare una biblioteca” di Roberto Calasso; ma quello di Eco ha un fascino diverso e ce l’ha perché è un libro che ho trascurato e, come dice Calasso a proposito dei metodi di catalogazione è auspicabile che il lettore “possa trovare facilmente i libri che cercava e scoprire quelli che non sapeva di cercare…”.

E’ lui che ha trovato me, insomma. “La memoria vegetale” è costituita dai libri, vista la loro natura originariamente vegetale. E come in tutti i grandi amori, Eco sembra non riuscire a guardarli se non con l’occhio del bibliofilo quale è. Tutta la prima parte del volume è dedicata a feticisti, bibliofili, bibliomani (che sono cosa assai diversa), ma anche su “Del rubar libri”, in fondo un peccato veniale, anzi quasi un dovere per chi ama i libri e un bel paragrafo sulla bibliocastia. Naturalmente il libro ha anche una esistenza puramente oggettuale e l’autore non ne fa mistero e il suo excursus di bibliofilo ci racconta (anche), una storia di oggetti rari e prezioso: dai Vangeli di Lindisfarne preziosamente miniati a edizioni che definire rarissime sarebbe troppo poco, dal “Amphitheatrum Sapientiae Aeternae” di Heinrich Kunrath nella edizione Hanau del 1609. Libro tortuoso e “neandertale” per usare un termine vagamente joyciano (intendo anche il libro di Eco, non solo quello di Kunrath), che entra nelle viscere della bibliomania e della bibliofilia, come il colonnello Kurtz penetra nella jungla, perché anche quella di Eco mi è sempre sembrata una diserzione dal mondo reale verso un mondo ideale, quello dei libri appunto; una ricerca di copie rarissime e delle tanta copie anastatiche suggerite o paludate da Duveen (sì, proprio lui il “re degli antiquari del libriccino di Samuel N. Behrman).

Ma la parte più godibile del volume è certamente la seconda a partire dalla sezione “Eterotopie e falsificazioni” che si apre con una credibilissima ricostruzione immaginaria della diffusione di un microrganismo che distrugge i libri dal titolo “La peste dello straccio” vicenda che, ironia della sorte, è ambientata in un 2020 ancora al di là da venire, ma che poi si è rivelato un vero flagello da un punto di vista epidemico. Un po’ macchinoso il “Monologo interiore di un e.book” dove un tablet confessa di soffrire di dissociazione a causa delle tante vite (di libri) che è costretto a vivere.

 

 

A proposito di vite da vivere, è proprio in questo prezioso volumetto che Eco dispensa l’elogio dei libri che, se letti, ci fanno vivere non solo la nostra vita ma anche mille altre. Raffinatissimo calembour di titoli immaginari in “Shakespeare era forse Shakespeare”, dove Eco si cimenta in uno dei suoi passatempi intellettuali preferiti ovvero quello di montare e smontare la teoria del complotto a suon di logica e di semiotica, tutto giocato sulla doppia identità di Shakespeare-Bacone. Dello stesso tenore il favoloso finto-saggio intitolato “Il codice di Temesvar” dove l’immaginario studioso albanese (fuggito nella ex Unione Sovietica), elabora una teoria storiografico-artistica sull’ultima cena vinciana per documentare come l’ambigua figura di San Giovanni, già al centro della fantasiosa invenzione di Dan Brown, sia in realtà una figura androgina e simbolo della debolezza carnale dell’umanità.

Certamente meno impegnativi, ma altrettanto divertente è il paragrafo “Folli letterari (e scientifici)”, bizzarro elenco di opere letterarie e scientifiche folli, visionarie o semplicemente curiose. Desta invece una convinta ilarità “Prima dell’estinzione” dove due immaginari extra-terrestri cercano di dare una descrizione del nostro pianeta ormai estinto attraverso segni per loro misteriosi come i relitti elettronici di del web, residui di chat o oggetti della nostra quotidianità. Con un po’ di malcelata soddisfazione ritrovo una almeno apparente contraddizione nel pensiero di Eco riguardo all’oggetto-libro difeso a spada tratta con Jean-Claude Carrière in “Non sperate di liberarvi dei libri” (La nave di Teseo, 2017); Eco fa pronunciare all’extra-terrestre parole che mai avrei pensato di veder uscire dalla Montblanc del grande intellettuale alessandrino: “… Anche considerando che con il trionfo di Internet e del libro elettronico, i libri a stampa venivano prodotti in tirature limitatissime, per amatori o solo per lettori allergici al silicio…” Beh, in fondo che altra soddisfazione si potrebbe ricavare dopo aver letto l’opera omnia dell’Umberto nazionale se non quello di aver trovato una piccola, minuscola, microscopica contraddizione?

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2 risposte

  1. Ne avrei due e non essendo un bibliomane, ma solo un bibliofilo, me ne basta una. Ma l’informzaione è utile e La ringrazio.

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