Segregata e molestata in casa dei parenti, condanne per 33 anni di carcere

La 15enne era stata rinchiusa in casa a Trecate dalla zia e violentata dal marito di quest'ultima

Una doppia prigione, per la giovane quindicenne, la casa della zia «matrigna» a Trecate. Affidata alla parente e trasformata in una moderna Cenerentola, perché obbligata a condurre una vita da reclusa fra faccende domestiche e assistenza alla cuginetta di un anno, in quelle stesse stanze era stata anche abusata dal compagno della donna, mentre quest’ultima era fuori per lavoro. E sempre in casa di parenti, un giorno, era stata molestata anche da un altro cugino, già noto alle forze dell’ordine perché faceva parte delle bande di «latinos» gravitanti su Milano.

Per quella storia di abusi e segregazione risalente a cinque anni fa sono arrivate pesante condanne per i tre famigliari della ragazza, per un totale di 33 anni e mezzo di carcere: 13 anni per lo «zio» della giovane, accusato di violenza sessuale, 10 anni e mezzo per la zia, imputata di maltrattamenti, e 10 anni per il cugino che il 20 agosto 2017, uno dei pochi giorni in cui la ragazza era riuscita a uscire di casa, l’aveva convinta ad andare da lui per chiarire le diatribe famigliari, e poi aveva cercato di abusare di lei. Accolta in toto la ricostruzione proposta dalla procura di Novara. La vittima, costituita parte civile, ha ottenuto un risarcimento del danno per complessivi 60 mila euro.

Il difensore degli imputati aveva chiesto invece l’assoluzione mettendo in evidenza una serie di contraddizioni nel racconto della giovane, soprattutto in riferimento agli aspetti clinici delle violenza: valuterà se proporre appello dopo il deposito delle motivazioni. Gli zii accusati hanno sempre negato gli addebiti: «Ma quale vita da Cenerentola. Non voleva fare nulla e passava le sue giornate al cellulare o al bar. Per questo abbiamo minacciato di rimandarla in patria».

La ragazza maltrattata e molestata, oggi diciannovenne, era arrivata in Italia nel 2015, affidata dalla madre alla zia che già abitava a Trecate da tempo. Era stata sentita in incidente probatorio durante le indagini, ma, vista la delicatezza dei fatti, è riascoltata anche in tribunale per chiarire alcuni aspetti del suo drammatico racconto. Ha spiegato che «facevo una vita da reclusa. Mi alzavo tutte le mattine all’alba per fare i lavori domestici». In caso di rifiuto, erano botte e cinghiate. Poi, quando la parente non c’era, il compagno della donna aveva approfittava di lei, minacciandola: «Se non ci stai, dico alla zia di rispedirti a casa». Si era confidata con un’insegnante e poi con gli assistenti sociali.

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