Psicosetta di Cerano: il processo sarà a porte chiuse

tribunale il caldo
Decisione "d'altri tempi" della Corte d'Assise di Novara che nell'era di internet e del sesso (anche spinto) pubblicizzato sui social teme turbamenti al comune senso del pudore

Nell’era di internet e dei social, dove si pubblica senza vergogna qualsiasi tipo di contenuto (anche sessuale), la Corte d’Assise di Novara è «bacchettona» sul comune senso del pudore. Ha suscitato ilarità la notizia che il processo per la cosiddetta «psicosetta delle bestie», scoperta due anni fa dalla polizia di Stato a Cerano, sarà celebrato a porte chiuse: i giudici suppongono che dalle testimonianze possano emergere particolari scabrosi che potrebbero andare contro il comune senso del pudore, un concetto astratto e forse anche passato di moda ormai da decenni, o comunque oggi sicuramente diverso da quello che esisteva all’epoca in cui la norma del codice penale è stata scritta. Ma oltre all’ilarità c’è anche la delusione e il malcontento dei parenti delle vittime, l’unico pubblico peraltro presente all’udienza di apertura ieri (venerdì) in tribunale a Novara: non potranno stare in aula a sostenere i famigliari nelle sofferte testimonianze che dovranno affrontare. Proprio i legali delle ragazze plagiate, sfruttate, abusate, torturate – stando almeno ai risultati delle indagini che ora passeranno al vaglio processuale – avevano chiesto che il processo fosse aperto, senza particolari restrizioni all’accesso, così da lanciare anche un monito sull’esistenza delle sette e sui rischi che si possono correre nel momento in cui si viene a contatto. Solo una giovane, che non si è costituita parte civile ma dovrà comunque deporre, aveva chiesto di essere ascoltata quantomeno dietro un paravento, in modalità protetta.

In tribunale sono finiti 26 professionisti, fra cui figurano professori, insegnanti di danza, psicologhe, che secondo l’accusa facevano parte di un gruppo lombardo che reclutava ragazze (l’adescamento delle ragazze avveniva in negozi, scuole di danza, studi di psicologia per lo più a Milano) per avviarle a orge e incontri di sesso, che avvenivano nei boschi del Ticino a Cerano, in un cascinale abitato dal capo setta, e in altre case fra Milano e le province di Pavia e Genova. Le imputazioni sono di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di violenze sessuali. C’è poi la riduzione in schiavitù, contestata al capo della setta, Gianni Guidi, ultra settantenne noto come il «dottore». Lui, però, così come la sua principale collaboratrice, una sorta di guida delle adepte fino al 2013, anno in cui è fuoriuscita, non parteciperà al processo: entrambi sono stati dichiarati incapaci di stare in giudizio in udienza preliminare a Torino e la loro posizione è stata sospesa viste le precarie condizioni di salute.  

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