Iryna, in fuga dall’Ucraina, approdata a Novara: «Un viaggio della speranza durato giorni»

La testimonianza di Iryna Kryvtova, giovane insegnante ucraina di Charkiv, da una settimana ospite in città del consigliere dell'Avgd Guerrino Breccia. «Tanti russi non conoscono tutta la verità»

Iryna Kryvtova è una giovane ucraina insegnante di disegno (materia in quel Paese inserita fin dalla scuola primaria) e pittrice di Charkiv, località di quasi un milione e mezzo di abitanti nell’Ucraina nord-orientale a poche decine di chilometri dal confine russo. Ai tempi dell’Urss – conosciuta con il toponimo di Charkov – era stato un grande centro industriale adibito alla produzione di mezzi militari e durante la Seconda guaerra mondiale fu teatro di ben quattro battaglie fra tedeschi e l’Armata Rossa.

Da poco più di una settimana Iryna è ospite a Novara di Guerrino Breccia (nella foto Iryna è al centro con Breccia e l’interprete), consigliere della locale sezione dell’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia: è infatti originario di Visignano d’Istria e sotto tanti aspetti lui stesso può definirsi un profugo, seppure lontano, o meglio, un “esule in patria”. Conosceva già Irina per motivi artistici e ora l’ha accolta a casa sua.

Iryna è attenta e, come tante persone dei Paesi dell’Est, le sono bastati pochi giorni per cominciare a comprendere e parlare qualche parola italiana. Nei suoi occhi traspare comunque l’orrore di una guerra piombata da un momento all’altro – si può proprio dire – sull’uscio di casa: «E’ più terribile di quanto si possa immaginare o vedere in televisione. I russi hanno attaccato senza alcun motivo le nostre città, bombardando case, scuole, chiese… Nessun obiettivo militare. Eppure sono ancora convinta che tanti di loro non conoscano questa verità».

Un conflitto che “covava” e che si preparava da tempo. Quali sono state le sensazioni negli ultimi mesi? «C’era tensione, ma non pensavamo che si arrivasse a questo – prosegue Iryna -. Al massimo ipotizzavamo un riconoscimento dell’annessione della Crimea e l’indipendenza del Donbass. Anche perché con il presidente Porosenko (predecessore dell’attuale leader Zelenskyj, ndr) erano stati stipulati dei trattati con la Federazione russa».

Si è parlato molto di una irritazione da parte del leader del Cremlino Vladimir Putin di fronte alla prospettiva di un’Ucraina nell’Unione Europea o, peggio ancora, nella Nato. Al di là degli avvenimenti recenti, c’é davvero “voglia” di Europa nelle popolazione ucraina? «Da tempo l’Ucraina ha presentato domanda, ma negli anni passati ci era stato detto che non possedevamo ancora requisiti sufficienti – aggiunge Iryna -. L’idea di fondo era quella che a Mosca poco importasse circa un’eventuale adesione dell’Ucraina alla Ue; e forse neppure alla Nato, purché non installasse particolari armi nel suo territorio».

Cosa avete provato allo scoppio della guerra? «Angoscia e paura, anche perché il primo giorno non siamo stati invasi da truppe di terra, ma la mia città, anzi il mio quartiere ancora più vicino al confine, è stato unicamente bombardato da razzi sparati direttamente dal vicino territorio russo. Come abbiamo appreso poi, erano state utilizzate anche armi proibite come le bombe a grappolo. Occorre tenere presente che la nostra zona è priva di particolari installazioni militari, ma i russi hanno voluto colpire fin da subito obiettivi civili. La nostra colpa era solo quella di essere la città più vicina alla frontiera».

Da quello che si è potuto appurare in seguito, l’invasione (e la resistenza da parte degli ucraini) ha sorpreso gli stessi soldati russi: «Hanno detto loro che si sarebbe trattata di un’operazione di polizia, quasi una parata, che ci avrebbero liberato dalla presenza di movimenti nazisti… Come si può pensare a una cosa simile, visto che il nostro stesso presidente è di religione ebraica? Tanti ucraini parlano il russo come prima lingua ma la cosa non ha mai creato problemi, vista la presenza di diversi gruppi etnici e religioni nel nostro Paese».

Come è arrivata la decisione di partire? «Quando le bombe hanno incominciato a cadere vicino a casa mia. All’inizio non c’erano nemmeno i treni, poi dopo tre giorni sono riusciti ad aprire un primo “corridoio” organizzando un convoglio da Charkiv a Kiev e poi dalla capitale verso ovest». Un viaggio della speranza durato diversi giorni, «quasi uno per raggiungere Ternopil (nella zona occidentale del Paese, ndr), poi la Polonia e infine l’Ungheria, dove sono arrivata dopo un viaggio di quasi 48 ore, la seconda parte in autobus, con mezza giornata trascorsa al confine polacco. Fortunatamente la Croce Rossa ha provveduto a distribuire un pasto caldo a tutti. Poi, dopo un altro interminabile viaggio attraverso strade anche secondarie, l’arrivo a Budapest».

«Nella capitale ungherese mi hanno prospettato diverse destinazioni. Alla fine ho scelto l’Italia perché ero rimasta in contatto con l’amico Guerrino Breccia, che mi ha raggiunto a Trieste. Adesso sono a Novara, contenta, anche se vorrei tornare al più presto nel mio Paese una volta normalizzata la situazione». Nell’immediato c’é questa parentesi di vita novarese: «Imparerò meglio la vostra lingua e mi piacerebbe insegnare disegno anche qui se sarà possibile. Poi sfrutterò l’occasione per visitare l’Italia e i suoi tanti musei». Con il cuore sempre in Ucraina.

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Luca Mattioli

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