Com’eravamo un anno fa: l’escalation del Covid fino al lockdown

Com’eravamo un anno fa, cosa stava succedendo, ce lo ricordiamo? Negli ultimi dodici mesi la nostra vita è cambiata e a fine febbraio 2020 stavamo andando incontro a qualcosa di inimmaginabile. Il 21 febbraio 2020 in Piemonte non erano ancora emersi casi di Coronavirus e la preoccupazione più grande per le autorità locali era salvaguardarci da ciò che stava accadendo nella vicina Lombardia, meta quotidiana per studio e lavoro di moltissimi novaresi. Lì il virus stava iniziando a diffondersi e Regione e sindaci chiedevano a gran voce al Governo di introdurre restrizioni dall’alto. Nella settimana successiva sarebbero stati chiusi università, gli impianti sportivi comunali e le palestre annesse alle scuole (chiuse per prime durante le vacanze di Carnevale e mai più riaperte fino alla fine dell’anno) e le discoteche. Sospese anche messe e funerali. Nel frattempo anche l’ospedale Maggiore attivava la tenda “filtro” per il triage all’ingresso.

 

 

I primi casi Covid in ospedale erano apparsi il 27 febbraio: una famiglia residente a Borgoticino, composta dai due genitori e il figlio di 6 anni; il padre aveva avuto contatti con la “zona rossa” in Lombardia. Di lì a pochi giorni i tre sarebbero stati dimessi e giudicati clinicamente guariti. In contemporanea il sindaco di Borgoticino Alessandro Marchese era dovuto intervenire sui social network per ribadire ad alcuni colleghi del territorio: «Il problema non è solo nostro». Il piccolo comune dell’aronese aveva suo malgrado avuto il ruolo da apripista.

Ai primi di marzo il sindaco Alessandro Canelli era impegnato a tenere lontani i residenti appena oltre il Ticino dalle palestre novaresi: chiuse le strutture in territorio meneghino, gli irriducibili del fitness avevano pensato bene di fare semplicemente qualche chilometro in più per non interrompere le loro buone pratiche. Divieto che Canelli è stato costretto a mettere nero su bianco con un’ordinanza, firmata il 3 marzo.

Lo stesso giorno l’assessore regionale alla Sanità Luigi Icardi riferiva: «I contagi sono destinati a crescere – e precisava – Sono proiezioni derivanti da studi epidemiologici dettagliati. Ma il numero dei posti letto negli ospedali è ampiamente coperto». Il consigliere regionale novarese Domenico Rossi, in commissione Sanità, riferiva che in ospedale si erano presentate persone provenienti dalla Lombardia «anche per visite non urgenti e differibili. Non solo, ai medici viene chiesto di non usare le mascherine (tranne che per i casi considerati sospetti) per evitare di diffondere il panico».

Il 3 marzo è stato un giorno emblematico per un altro episodio: nel pomeriggio avviene un incidente in tangenziale. A causa della pioggia battente un’auto si ribalta e scivola nella scarpata. A bordo c’è una giovane donna di Magenta, che viene estratta dall’abitacolo dai vigili del fuoco e portata al Maggiore in codice giallo (di media gravità), si è rotta una gamba. Quella donna non immagina di avere il Covid e contagia i soccorritori (pochi giorni dopo emerge la notizia di 12 casi positivi fra i vigili del fuoco di Novara). Il contagio si diffonde anche nel reparto in cui viene ricoverata: il 6 marzo per il personale dell’Ortopedia scatta ufficialmente la prima quarantena e subito dopo la struttura viene riconvertita nel primo “reparto Covid”.

E’ l’8 marzo quando Novara viene inserita fra le “zone rosse”. L’indomani il premier Giuseppe Conte annuncia: «L’Italia intera diventa zona protetta» e scatta ufficialmente il lockdown nazionale. Lo dice in una diretta Facebook a tarda sera. E’ solo la prima di tante.


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