Roberto Calasso: Allucinazioni Americane

Come dice il mio amico Marco, per chi ha voglia di “clarté” ovvero di chiarezza cartesiana, ma anche di chiarezza “illuminista”, Roberto Calasso non è una lettura indicata. Marco ha ragione, ma io che amo anche il torbido, e che al dubbio cartesiano preferisco il travolgimento nietzcheano, non potevo che apprezzare questo minuscolo, inquieto ed inquietante (anche nel colore di copertina) volumetto del grande direttore editoriale della casa editrice Adelphi (casa editrice che, per quelli della mia generazione, meriterebbe un post specifico).

Il libro tratta di due film di Alfred Hitchock, ovvero “La finestra sul cortile” citata nel testo con le iniziali della versione in lingua originale ovvero RW (Rear Window) e “La donna che visse due volte” abbreviata in V (Vertigo). Non si tratta di un saggio dallo sviluppo lineare, bensì di una serie di appunti e considerazioni (allucinazioni appunto), su cosa leghi un film all’altro o, più spesso su cosa divida un film dall’altro.

Per Calasso però, v’è qualcosa in più, poiché scrivere di questi due film è come scrivere del cinema stesso e di scriverne nella sua “noumenicità”, se posso usare una categoria kantiana. Scrive Calasso: “La concezione stessa della sala e dello spettacolo cinematografico tendono a ricostruire la condizione di una mente che, in solitudine, è intenta ad allucinare.” Il cinema è insomma materiale metafisico per eccellenza e i film di Hitchcock vanno naturalmente molto oltre il genere “thriller”.

E da questa convinzione facilmente condivisibile iniziano le elucubrazioni calassiane che, come sempre, portano il lettore ad un livello di fascinazione di cui è persino difficoltoso dare conto. Però chi cercasse una razionale analisi comparativa, resterebbe deluso. Diciamo invece che le analisi semiologiche, psicanalitiche e cinematografiche di Calasso, procedono per illuminazioni. “I primi oggetti di cui si parla in RW e V sono un’ingessatura e un busto. Si tratta di liberarsi di qualcosa che blocca la vita normale, in conseguenza di un i incidente grave. E in entrambi i casi la situazione si aggraverà ancora…”: è solo in questo passo che i due film sembrano avere un terreno comune, ma le analisi e le descrizioni dell’autore sono fulminanti: “Una San Francisco senza passanti (o molto pochi), con macchine ridotte al minimo(e assenti appena fuori città), musei e cimiteri senza visitatori, un albergo con le serrande abbassate o quasi, ovunque erba ben rasata. Tutto nitido, intatto, lustro.

È il mondo di Madeleine: una bolla d’aria alta come il cielo, appena respirabile.” Calasso é un grande narratore, oltre che filosofo, e credo di aver fatto bene a non perdermi nemmeno un suo libro, sin dai tempi de “La Rovina di Kash”. Il secondo capitoletto della allucinazioni intitolato “Il ballo dei fosfeni” credo sia quanto di più acuto ed originale scritto negli ultimi anni sulla percezione visiva e sul cinema stesso. Leggetelo solo se volete restare turbati, come afferma lo stesso autore “Questo è un libro su un rompicapo ed è un rompicapo esso stesso”.

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