Dalla rubrica Chez Mimich

James Lee Byars è una figura originale nel panorama dell’arte contemporanea, non tanto per l’approccio multidisciplinare all’arte (del quale ormai si servono quasi tutti gli artisti, tranne poche raffinatissime eccezioni), quanto per i suoi smisurati interessi in diversi altri campi come quello della psicologia, della filosofia, delle arti applicate, della magia, dell’alchimia e per i suoi studi sullo scintoismo giapponese e sul Teatro No.

Insomma una figura che sembra richiamare le grandi personalità degli artisti rinascimentali che poetavano, componevano musica, inventavano, oltre, naturalmente, dedicarsi alla pittura o alla scultura. Un paragone azzardato? Sì, forse un paragone azzardato, ma solo nelle realizzazioni finali, non certo nell’approccio alla conoscenza e al fare artistico. E’ grazie al suo incontro con la leggendaria Doroty Miller, curatrice del MoMa di New York (allora, a differenza di quel che sta accadendo oggi per le istituzioni artistiche italiane, la curatela era affidata a chi di arte capiva qualcosa e magari più di qualcosa), che James Lee Byars esordisce con una esposizione sulle scale di emergenza del museo, mostre della durata di un solo giorno che erano una novità per la scena artistica internazionale. Ma a renderlo famoso saranno gli “abiti collettivi”: nel 1967 “The New York Times” gli dedica un articolo quando cento persone, che indossano una lunga sciarpa rossa, andranno a spasso per Manhattan.

Da allora Byars si affermerà come artista, abbracciando e incrociando l’arte concettuale, il Minimalismo, il pervasivo ed onnipresente Fluxus… Coraggiosi quindi Vincente Todoli, direttore artistico del Pirelli Hangar Bicocca e la curatrice Els Hoek, a voler allestire una grande retrospettiva sull’attività dell’artista. In apertura e in chiusura della mostra le due tra le più celebrate opere di James Lee Byars ovvero “The Golden Tower” del 1990, nella cosiddetta “Piazza” dell’Hangar, e “The Red Angel of Marseille” nel “Cubo”. La prima è certamente per imponenza, una delle installazioni più strabilianti della seconda metà del secolo scorso: un gigantesco obelisco coperto da una foglia d’oro, alto ventun metri che accoglie il visitatore e lo tramortisce con la sua inquietante, ma maestosa presenza. Nel 2017 questo faraonica ed enigmatica costruzione fu esposta in Campo San Vio a Venezia: la domanda più ovvia è chiedersi cosa significhi o meglio che cosa simboleggi. Facile ricollegare “The Golden Tower” alle architetture archetipiche, come l’obelisco o la torre (magari di Babele). Curioso osservare che, a pochi metri di distanza, spostando una pesante tenda di velluto nero, al visitatore si svelerebbero altre sette torri, quelle di Anselm Kiefer che dimorano stabilmente nell’altro gigantesco padiglione dell’Hangar. Sarà sicuramente una coincidenza, ma che ha qualcosa a che fare con la “coincidenza junghiana”.

Certo l’affare dorato, pone più di un interrogativo all’allibito visitatore e il più smaliziato o disincantato di essi, non potrà certo sorvolare sul fatto che la colossale costruzione verticale possa anche alludere ad altri ancestrali simboli… Accanto all’opera, come a volerne disvelare un particolare, ecco “The Capital of the Golden Tower”, ovvero la sommità semisferica del pilastro aureo di Byars. E, anche qui, qualche osservazione sorge spontanea. Prima di passare in rassegna cosa ci sia nel mezzo della mostra, andiamo direttamente alla fine del percorso espositivo, nel “Cubo” come si diceva, dove è allestito  “Red Angel of Marseille”, mille sfere di vetro rosse che vanno a disegnare sul grande pavimento, un angelo molto stilizzato ed ornamentale, quasi un ideogramma. La sfera è indubitabilmente simbolo universale di perfezione, ma al di là di questo, siamo di fronte ad un’altra opera enigmatica, il cui insieme, è certamente di più della somma delle parti. Difficile ora scegliere di quali opere scrivere tra quelle esposte, anche perché, secondo il noto principio gestaltico scritto in precedenza, la mostra sembra essere un insieme da gustare coralmente e da gustare, anche, insieme al contenitore dell’esposizione.

Non posso però certo sottrarmi dallo spendere qualche parola per piccole e grandi meraviglie, come per esempio la raffinatissima e minimale “The Coscience” del 1985, una campana  di vetro contenente una minuscola sfera d’oro grande come un bulbo oculare, che in quella teca appare del tutto fuori misura. Il richiamo di Bears è certamente ai grandi gabinetti di curiosità rinascimentali e alle “wunderkammer”. Insomma la sfera è una ossessione ricorrente nel lavoro di Byars tanto da volerla utilizzare anche per la sua sepoltura, come in “The Tomb of James Lee Byars” del 1986, una sfera di arenaria levigata, un richiamo ad un’idea platonica della bellezza come perfezione, idea coltivata da secoli e che non stupisce ritrovarla qui in una mostra di un artista forse troppo eclettico, ma indubbiamente grande orchestratore di “mise-en scene” delle sue produzioni. E a proposito di messe in scene “Byars is Elephant” del 1997, è un gigantesco telo dorato che pende dal soffitto e si stende sul pavimento, al centro del quale, su di un piedistallo è adagiato un gomitolo di corda dorata.

L’opera, concepita dopo il soggiorno egiziano dell’artista a Giza, è una diretta allusione alla regalità dei faraoni egiziani (oro) e alla materia povera, la corda con cui gli schiavi trasportarono i giganteschi massi dei quali sono costituite le piramidi. Anche qui la sfera simbolo di perfezione e la piramide, elemento geometrico solido di straordinario equilibrio. Le forme geometriche effettivamente sono per Byars una specie di mania e basta guardare “The Moon Books” (1988-89) per averne l’ennesima conferma: un grande tavolo, rivestito anch’esso in foglia d’oro, sul quale poggiano sedici sculture in marmo bianco rappresentanti le fasi lunari, quindi dischi perfetti (luna piena) e spicchi di essi: forte ed esplicito il richiamo alla cosmologia e alla cultura orientale che tanta parte hanno avuto nella formazione dell’artista.

Ancora riferimenti ai temi simbolici dell’antichità in “The Spinning Oracle of Delfi” del 1986, una grande anfora in terracotta dorata adagiata sul pavimento, esposta per la prima volta a Düsseldorf nel 1986. E ancora “Hear TH FI TO IN PH Around This Chair And It Knocks you Down”, una grande tenda nera che si dischiude appena, rivelando uno scrittoio poggiato su un tappeto di seta dorata il cui titolo tradotto “Ascolta, intorno a questa sedia, la prima forma di filosofia fondata totalmente sul dubbio: ti stenderà”. Se non siamo vicini alla “Sposa” duchampiana poco ci manca, almeno per la lunghezza del titolo: un invito all’ascolto e alla ricerca dei grandi interrogativi dell’universo, un roboante, ma autentico, gesto di umiltà. È del resto lo stesso Lee Byars ad affermare: “…Quasi tutto, per quanto mi riguarda, è un grande interrogativo…” Ecco sono queste le parole più adatte per descrivere al meglio la mostra e la poetica stessa di James Lee Byars.

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Mario Grella

Mario Grella

Nato a Novara, vissuto mentalmente a Parigi, continua a credere che la vita reale sia un ottimo surrogato del web.

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