Imparare a convivere con l’incertezza e produrre difese immunitarie psichiche

La quarantena stravolge la vita, qualunque sia la propria tenuta. La convivenza difficile in spazi di casa che di spazio non ne lasciano, per non parlare di situazioni di forte disagio da dipendenze e fragilità; lutti, stress e paure che sconvolgono il quotidiano e innescano un dramma a catena privo di qualunque razionalità ma intriso di nuove sfide che ognuno di noi è costretto ad affrontare. Ecco, allora, che vicino all’emergenza sanitaria ed economica che si è venuta a creare in seguito al contagio da coronavirus, ce n’è un’altra da non sottovalutare: l’emergenza psicologica.

Ne abbiamo parlato con la dottoressa Giuliana Ziliotto, psicologa psicoterapeuta, già dirigente del servizio di Psicologia clinica dell’ospedale Maggiore e responsabile dell’Ordine degli Psicologi network di Novara.

«La situazione di emergenza sanitaria che stiamo vivendo ha delle ricadute repentine e concrete su tutti. Da una parte ci sono gli operatori della sanità, della protezione civile, della sicurezza, le forze dell’ordine, gli amministratori che si trovano a dover affrontare, con livelli di responsabilità diversi e spesso con mezzi insufficienti o inadeguati, una mole di lavoro e carichi di angoscia strabordanti, e con decisioni mai facili da prendere. Dall’altra c’è la popolazione chiusa in casa, senza un lavoro oppure con un lavoro che entra nel proprio privato attraverso lo smart working. È una situazione di ferie forzate, ai limiti del coprifuoco: i figli non vanno a scuola, gli spazi domestici si restringono. Sul piano pratico abbiamo una parte di popolazione che opera al di sopra delle sue possibilità, l’altra invece è in ferie forzate: è come dire il troppo pieno e il quasi vuoto, ma da entrambe le parti la routine della vita è finita».

 

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Tra le domande che ormai tutti si pongono c’è “come facciamo a sopravvivere a tutto questo?”
Comprendere quel che ci accade è fondamentale più che mai per non trasformare le paure e le ansie in panico generalizzato e per poter mettere in atto soluzioni e comportamenti il più possibile adeguati alla realtà di questi giorni. Purtroppo i nostri sistemi di riferimento ci possono aiutare solo in parte e quando non sono più adeguati a comprendere la realtà allora bisogna costruirne dei nuovi. E non è facile. Viviamo, per dirla con il sociologo Bauman, in una società liquida senza confini, in cui ciascuno si illude di poter godere di una libertà potenzialmente senza limiti a fronte di una insicurezza invece realisticamente aumentata in molti campi. La nostra, infatti, è una società che fa difficoltà a coniugare la libertà con la sicurezza. Una società che di colpo ha trovato un limite solido: un’emergenza sanitaria che colpisce prima di tutto il corpo e limita le libertà individuali con direttive e prescrizioni. È difficile capire e accettarle e lo vediamo da quello che succede in questi giorni.

Questo “sociale”, dunque, denuncia una profonda sofferenza mentale?
Sicuramente. Reazioni ne abbiamo viste molte, ma se persistono solo quelle non ci è possibile capire veramente la situazione: possono essere solo temporanee per aiutarci ad accostarsi gradualmente e consapevolmente alla realtà, ma non la soluzione. Abbiamo visto in atto negazioni del problema, proiezioni di responsabilità su altri, isolamenti. Questi comportamenti sono la testimonianze della sofferenza per il senso di incapacità di modificare il corso degli eventi.

Se dovesse dare un nome alle emozioni che risuonano in ciascuno di noi?
Angoscia del contagio, perdita della libertà, vuoto, preoccupazione per il domani. E se non è successo niente di grave o irreparabile fino a oggi per cui tutte le energie sono impiegate nell’affrontare la situazione del momento, la domanda più frequente è “quando finirà? Quanto durerà?”. L’incertezza è sempre esistita ed è anche una componente della vita, ma il nostro modo di vivere, il progredire della scienza le risposte pronte su Internet, ci hanno dato l’idea che siamo entrati in un mondo più certo. E questo forse ci ha resi più vulnerabili di un tempo proprio alle incertezze.

A proposito, in questa crisi internet gioca un ruolo da protagonista, ma fino a che punto può essere una risorsa?
È sicuramente una grande risorsa, ma dobbiamo essere capaci di crearci gli anticorpi al surriscaldamento di notizie, fermarci ai dati oggettivi, ai fatti. Non rincorrere le notizie particolari, le interpretazioni, i consigli e le ricette non verificate. Molte comunicazioni anche affettive, e costruzioni di gruppi di riferimento si fanno su Internet in questi giorni. Ci sono siti seri che cercano di dare delle istruzioni di base, molti ordini professionali, anche quello degli psicologi, sul proprio sito ha steso un vademecum rivolto ai cittadini, consigli di buon senso per evitare che l’ansia e la paura si trasformino  in panico collettivo. Inoltre a livello psicologico si stanno organizzando piattaforme virtuali da consultare o servizi psicologici telefonici.

Cosa vuol dire costruire nuovi sistemi di riferimento? E come si costruiscono?
Onestamente nessuno lo sa ancora, e se non c’è una visione completa e complessiva è difficile dare consigli. Ma dobbiamo accettare la realtà attuale per quella che è e attrezzarci a convivere con l’incertezza, a produrre difese immunitarie psichiche, imparare a “navigare a vista”. Ci possiamo aspettare molto dalle istituzioni certamente, ma non tutto. A mio parere, la città di Novara sta dando prova, con le sue istituzioni e il suo volontariato, di essere molto generosa nell’utilizzo delle sue risorse.

Si sa che gli psicologi non danno mai la soluzione ai problemi, ma forniscono gli strumenti per permettere di raggiungerla. Quali strumenti si sente di dare alle persone in questo momento?
Nell’alternanza tra l’onnipotenza, la depressione e la negazione, il compito che attende ciascuno di noi è quello di ritrovare, con i propri limiti e incertezze, anche le proprie risorse e la propria creatività. Ci si ritrova in famiglia più uniti, forse con un’appartenenza diversa alla comunità. Tutti dobbiamo cercare di non appiattirci su un singolo accadimento anche se oggettivamente negativo. Aspettiamo, nutrendo una speranza e facendo la nostra parte. Non è una ricetta semplice, ma può essere una prospettiva di vita che può avere anche ricadute positive sulla propria autostima. E chissà, che questa situazione, il domani non permetta anche al nostro sociale di trasformarsi non in una società da liquida in gassosa come ormai si prevede, ma in una società che, apprendendo dall’esperienza, riesce a trovare patti sociali più costruttivi e creativi.

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