Catia Bastioli: «Una nuova cultura salverà il capitale naturale»

«Una rivoluzione che si gioca a livello di territori», «prodotti biodegradabili per superare il problema di accumulo degli inquinanti», «manager e imprenditori che comprendano il valore del capitale naturale», «Novara città della ricerca». Catia Bastioli parla della ripartenza del Paese attraverso la bioeconomia e le biotecnologie. Umbra, ex presidente di Terna, amministratore delegato di Novamont, presiede Kyoto Club e il Cluster Spring, associazione non profit che favoriscono iniziative di sensibilizzazione in tema di efficienza energetica e chimica verde.

Il Covid per molti ha rappresentato e sta rappresentando il reale spartiacque tra il mondo del ‘900, contraddistinto dalla cultura del consumismo e dall’insostenibilità degli stili di vita, e il “vero” nuovo millennio. Qual è il ruolo della Bioeconomia in questo nuovo mondo? 
La serie di sfide senza precedenti che l’umanità sta affrontando è legata ad una degradazione senza uguali degli ecosistemi e dei loro servizi ecosistemici a causa di un modello di sviluppo basato sullo scarto. Come è stato ampiamente dimostrato, anche la pandemia è frutto di questo modello dissipativo. La bioeconomia, se declinata nella logica circolare, come rigenerazione territoriale, e come creazione di interconnessioni tra settori diversi, e con al centro la salute degli ecosistemi ed in particolare del suolo, può essere uno strumento potente delle strategie e politiche europee del Green Deal per un cambio di rotta che passa per un cambio culturale della società esprimibile con il “fare di più con meno”. Questa rivoluzione si gioca a livello di territori, sull’agricoltura, sulle filiere integrate, sul rapporto tra città e cibo, sull’eco-design dei prodotti, sulla loro biodegradabilità in quelle applicazioni in cui ci sia concreto rischio di accumulo nei suoli e nelle acque, sulle infrastrutture interconnesse in particolare per il trattamento dei rifiuti organici liquidi e solidi, sulla messa in campo di processi chimici, fisici e biotecnologici per trasformare scarti in prodotti, sullo sviluppo di standard affidabili e di sistemi di monitoraggio, di progetti locali di territorio su cui imparare su campo e di partnership ambiziose tra settori includendo le comunità.

Lei parla spesso dell’importanza della fertilità dei suoli. Perché ritiene così importante questo tema e come Novamont sta contribuendo?
La natura impiega 2000 anni per produrre 10 centimetri di suolo e bastano pochi anni per distruggerlo. Il suolo è una risorsa non rinnovabile fondamentale perché i suoi servizi ecosistemici sono essenziali per la produzione di alimenti nutrienti e sicuri, per la regolazione dell’acqua, per la tutela della biodiversità, per la mitigazione del cambiamento climatico, e per il supporto alla salvaguardia del paesaggio. In pratica, avere cura dei suoli è una misura di quanto saremo in grado di prenderci cura di noi stessi. Tuttavia, il suolo, per troppo tempo, è stato considerato come un conto in banca da cui prelevare senza mai reintegrare. Come riportato dalla Mission Europea for Soil Health and Food, il 60-70% di tutti i suoli europei non è in salute e i costi legati alla sua degradazione oggi valgono 50MD l’anno. Se poi pensiamo all’Italia e al suo patrimonio di biodiversità a cui sono legati fortemente il Made in Italy e le eccellenze agroalimentari possiamo ben capire quanto valga la salvaguardia del suolo anche da un punto di vista economico. La cura del suolo è da sempre al centro del modello di bioeconomia circolare che si basa sull’idea di integrazione tra chimica e agricoltura. In 30 anni, Novamont ha costruito molto, lavorando alla realizzazione di una filiera integrata a monte e a valle, privilegiando un utilizzo efficiente delle risorse, reindustrializzando siti dismessi, evitando così il consumo di suolo vergine, per trasformarli in bioraffinerie integrate prime al mondo che utilizzano materie prime provenienti da risorse vegetali, nonché da rifiuti organici e sottoprodotti. I nostri prodotti biodegradabili, come bioplastiche, bioerbicidi, biolubrificanti ed ingredienti per cosmetici, non sono stati pensati come soluzioni “drop-in” per sostituire quelli esistenti, ma per permettere di superare i gravi problemi di accumulo di inquinanti in suolo, acqua, fanghi e compost. Essenziale è la collaborazione con il comparto agricolo, in modo particolare, vorrei sottolineare la collaborazione di lunga data con Coldiretti, con cui da anni lavoriamo per la diffusione di un’agricoltura sempre più sostenibile, attenta a riportare materia organica pulita nei terreni per mantenerne la fertilità e la biodiversità nonché per stoccare carbonio al fine di contrastare il cambiamento climatico. In questa direzione va anche la ricerca che da anni portiamo avanti per rigenerare aree marginali attraverso aridocolture a basso input.

Cosa ne pensa dell’introduzione del Ministero della Transizione Ecologica? Quali dovrebbero essere le priorità da portare avanti?
Credo che il Ministero per la Transizione Ecologica in quanto ministero ponte tra diversi settori con i necessari strumenti e la necessaria visione sistemica possa giocare un ruolo essenziale per ridisegnare la natura del rapporto tra mondo produttivo, ambiente e società: in questa direzione occorrono obiettivi lungimiranti in linea con il Green Deal e le diverse Strategie e Policies europee ma anche la capacità di declinarli a livello locale ripartendo dalle specificità e dai problemi dei territori per trasformarli in imperdibili opportunità. Servono progetti di territorio che attivino processi di innovazione incrementale indotta in cui si impari facendo per invertire la rotta del degrado e per rigenerare le risorse e il tessuto sociale, creando nuove opportunità di costruzione e di coesione, rafforzando la resilienza e la competitività locale e del Paese. Chiari target, KPI e sistemi di monitoraggio adeguati saranno la chiave per attivare processi virtuosi al di là dell’entità stessa delle risorse impiegate, permettendo anche di correggere la direzione in corsa in base ai risultati via via registrati. La bioeconomia circolare, per quanto detto sopra, è una opportunità da cogliere a pieno in quanto rappresenta un potente strumento per il rilancio dell’Italia, con filiere industriali ed agricole sempre più integrate ai territori regionali, in una logica che tragga nuova linfa e risorse dagli scarti e dai rifiuti prodotti localmente rigenerando le aree locali all’insegna dell’innovazione partecipata e della competitività di sistema insieme alle comunità.

Il nostro Paese è pronto ad avere una Cultura della Sostenibilità nel modo di fare impresa? Come i fondi del Recovery Plan possono aiutare ad andare in questa direzione? 
La direzione che stiamo imboccando è quella giusta, ma occorre ancora molto lavoro di tutti noi. Occorrono politiche lungimiranti, basate su un migliore equilibrio tra uomo e natura, tra mercati e legge, tra consumo privato e beni pubblici, tra globale e locale, tra pensiero a breve e lungo termine, tra giustizia sociale e incentivi per l’eccellenza. Sarà necessario coltivare una fortissima etica della responsabilità a livello individuale e collettivo, per affrontare in modo costruttivo, le sfide epocali di una transizione ormai non più rinviabile. Mai come oggi poi abbiamo bisogno di avere manager e imprenditori, nonché investitori e che comprendano appieno il valore del capitale naturale e della stabilità sociale e vogliano includerlo nei loro piani di sviluppo e soprattutto di una formazione di qualità con approccio olistico. In questo contesto i fondi del PNNR possono senz’altro aiutare, ma il PNRR non può essere una serie di progetti slegati, deve essere espressione di una visione di Paese dove le risorse naturali, i servizi per le persone e la coesione sociale, tornino ad essere il centro, i problemi e le specificità locali il punto da cui partire.

Quali sono le potenzialità del territorio di Novara da sfruttare in vista del Next Gen EU? Di recente alcune associazioni ambientaliste hanno lanciato un appello alla Regione affinché vengano fatte scelte lungimiranti in una direzione di attenzione allo sviluppo sostenibile del territorio in termini infrastrutturali, quali fermata Tav e il collegamento ferroviario con Malpensa. Cosa ne pensa? 
Novara è la seconda città del Piemonte, è un polo industriale e tecnologico d’avanguardia, ha un tessuto produttivo estremamente fertile, ed in modo particolare per il settore della bioeconomia circolare, grazie alla storia del suo Polo Chimico, è un punto di riferimento per la ricerca e innovazione nel settore con forti opportunità di espansione. Aree periferiche della città, come quella di Sant’Agabio in cui gravitano centri di ricerca e Università, hanno bisogno di un urgente potenziamento di interventi di rigenerazione territoriale, sia in termini delle numerose aree dismesse che del verde: si tratta di aree che in assenza di una riqualificazione si trasformano in discariche a cielo aperto con anche problemi di degrado sociale. In questa direzione un progetto territoriale tra centri di ricerca, imprese, pubblica amministrazione, Università sarebbe essenziale per rilanciare il ruolo di Novara anche come città della ricerca, offrendo servizi di qualità e formazione adeguata. Per quanto riguarda la fermata della TAV a Novara ed il collegamento ferroviario con Malpensa, penso che possano essere un volano per l’economia ed il turismo riducendo il più inquinante trasporto su gomma. Tuttavia, progetti come questi, necessitano di essere inseriti in una più ampia visione in cui una infrastruttura diventi opportunità condivisa di riqualificazione e rigenerazione ambientale a 360 gradi, oltreché economica e sociale.

Come immagina o come vorrebbe vedere Novamont e il mondo tra dieci anni? 
Vorrei vedere una Novamont con una filiera integrata a monte e a valle ancora più ampia e totalmente circolare, in grado di andare oltre il carbon neutral, con radici sempre più profonde nei territori, motore di innovazione continua, con un network sempre più esteso di realtà pubbliche e private con cui collaborare. Vorrei che continuasse a moltiplicare le innovazioni generando così nuove opportunità di lavoro di qualità per sé e per i territori in cui è e sarà. Vorrei vedere il mondo e il nostro Paese fuori dalla cultura dello scarto e dentro l’economia della conoscenza e dell’innovazione partecipata in cui le risorse dei territori possano essere sfruttate e rigenerate in logica pienamente circolare riuscendo concretamente a fare di più con meno e a coinvolgere la cittadinanza. Vorrei vedere raggiunto l’obiettivo del Mission Board Soil Health & Food di suoli europei tornati per il 75% di nuovo in salute. Vorrei vedere massima integrazione tra università e impresa, una rete di progetti living labs in cui sperimentare e imparare ogni giorno fuori dagli slogan ridando alle persone e ai cittadini nuove opportunità di costruzione e di realizzazione; vorrei vedere una scuola all’altezza della sfida, una sanità non più burocratica che non lasci soli i cittadini. Vorrei vedere dei servizi snelli fatti per i cittadini e non per chi li eroga. Vorrei che le tante tecnologie che si moltiplicheranno servissero a creare una biodiversità di imprese locali e benessere per le persone, non monopoli e riduzione dei diritti.

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