Castelletto Ticino, autisti costretti a turni massacranti: condannata la titolare dell’azienda

C’era un’organizzazione che «correggeva» i dischi relativi al numero di ore viaggiate sui camion. Il tutto con qualche pressione o minaccia neanche tanto velata (ma non estorsioni, come inizialmente contestato) di licenziamento o di altre conseguenze negative, peraltro ormai prescritte visto il tempo trascorso.

A distanza di dieci anni dall’operazione «Jukebox», conclusa dalla Polizia stradale di Arona in una ditta leader nazionale nella catena del freddo a Castelletto Ticino, è definitiva la sentenza per associazione a delinquere finalizzata alla rimozione delle cautele contro gli infortuni sul lavoro, pronunciata dal tribunale di Novara nel 2023 e confermata in Appello con l’assoluzione da alcuni capi di imputazione come l’estorsione e la violenza privata: G.P., 68 anni, di Pombia, ritenuta a capo dell’organizzazione e all’epoca presidente del cda della società, deve scontare 3 anni di reclusione in detenzione domiciliare (di cui una parte già scontata in custodia cautelare).

Ha tentato il ricorso in Cassazione ma i giudici romani lo hanno dichiarato inammissibile. Prescritto invece il reato per i principali collaboratori, il figlio M.M., 41enne di Varallo Pombia, secondo l’accusa specializzato nella pulitura dei dischi e nella cancellazione di tracce relative a violazioni di legge, e M.G., 67 anni, di Novara, considerato il braccio esecutivo, tanto da essere mandato a gestire la cooperativa utilizzata per reclutare gli autisti.

Almeno una ventina gli autotrasportatori vittime, dipendenti di una cooperativa e residenti in zona, tra Borgo Ticino, Pombia, Agrate, Meina, Gattico, Veruno, e anche oltre Ticino. Sei quelli costruiti parte civile: per loro stabilita una provvisionale di risarcimento da 3 mila euro ciascuno. In aula avevano parlato di «situazione da Medioevo» e «monarchia aziendale», e qualcuno aveva detto di essersi sentito «oppresso, amareggiato, deluso, tanto da dover ricorrere ad ansiolitici per dormire».

Secondo quanto emerso nel corso dell’indagine e poi al processo, il gruppo costringeva i dipendenti a formare falsi dischi cronotachigrafi da mostrare in caso di controlli, e, al fine di evitare le multe per mancato rispetto della normativa di sicurezza sul massimo di ore di guida consentite, alteravano il funzionamento dei cronotachigrafi, anche col sistema del «doppio disco», consistente nell’inserire due fogli di registrazione, come se a bordo del veicolo vi fossero due autisti. Qualcuno lavorava anche 315 ore al mese, a fronte delle 168 previste dalla normativa e dai contratti collettivi. C’erano persone che dicevano di essere stanche e stremate, e la risposta era: «Quella è la porta», «Noi non stiamo a guardare queste cose».

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