Nella graduatoria delle sofferenze, le vittime della guerra in Ucraina sono scivolate in secondo piano, se non addirittura dimenticate, e non solo, credo, per una difesa emotiva.
Alla commemorazione per il quarto anniversario del massacro di Buča non è stato dato risalto; politici e attivisti sono stati insultati per aver tenuto tra le mani una bandiera ucraina, brutalmente strappata durante una manifestazione.
Eppure, mentre il Paese rivive un’altra profonda ferita nel quarantennale dell’incubo di Chernobyl, la guerra continua, non si è ridotta ad un rumore di fondo, ma l’opinione pubblica si volta da un’altra parte e percepisce una diversa urgenza.
Resta la poesia a rivelarci il sangue e la devastazione, perché la poesia non si trova quasi mai in luoghi idilliaci, e ci ammonisce che proprio nell’emergenza del presente, solo la relazione tra individuo e collettività rende possibile una forma di resistenza.
La poetessa Iryna Shuvalova ci ricorda che la guerra continua a sconvolgere l’esistenza di milioni di ucraini, per i quali nulla potrà più essere come prima.
strato antropico
ti ricordi nella vita precedente
ti svegliavi e l’orecchio ti cadeva
sulle notizie ora
pare assurdo così come
pensando a buča o irpin’
immaginarsi parchi di conifere
tra i sanatori e le antiche tenute
e non ponti bombardati palazzi scorticati di bianche strade
cosparse di resti di vite di qualcuno
pare sia questo che gli archeologi chiamano
strato antropico no?
pelle strappata dal tempo vivo
che giace a terra come un lembo insanguinato
prima dell’avvento di questa era noi
ascoltavano di sfuggita le notizie stavamo in città
coi parchi di conifere e i teatri noi
eravamo ingenui e bellissimi non dovevamo gioire
di quell’ultima verza conquistata per miracolo in un negozio vuoto noi
eravamo come bambini ci lavavamo i denti al mattino noi
imparavamo nomi di luoghi
aleppo sana’a macallè
dove il tempo spellato già si contorceva
e la sua pelle grondava sangue a terra
in attesa dei prossimi archeologi noi
dimenticavamo sempre i nomi di quei posti
con i denti lavati e su
le converse nuove a prendere un caffè
correvamo in metro non inciampavamo
sulla gente che dorme in stazione
noi eravamo esseri di tutt’altra pasta
più morbida più rosa dovevamo
spiegare cos’è la guerra ai bambini come si spiega
cos’è il polo sud o il pianeta Marte e non
come si spiega perché non si mettono le dita nella presa e
non si sale sul davanzale con la finestra aperta noi
nella vita precedente
non sapevamo nemmeno
quanti centimetri d’acciaio di dolore
si possono affondare come niente fosse
nei nostri corpi morbidi e rosa
21 marzo 2022
I. Shuvalova, Canzoni alla fine. Interlinea, Novara 2025






