Un messaggio inequivocabile, che spazza via decenni di pericolose illusioni: la criminalità organizzata al Nord non è più un fenomeno d’importazione o di semplice e marginale passaggio, ma una realtà profondamente radicata, pervasiva e aggressiva. È questo il quadro emerso a Novara durante l’incontro pubblico “Un Piemonte libero dalle mafie”, la seconda tappa del percorso di sensibilizzazione organizzato dalla commissione Legalità del consiglio regionale e ospitato negli spazi dell’università del Piemonte Orientale, in vista della grande mobilitazione del prossimo 21 marzo a Torino.
Radicamento e colletti bianchi: la nuova faccia della criminalità
Ad aprire i lavori tracciando i contorni della sfida è stato Domenico Rossi, presidente della commissione regionale. «Le mafie al Nord c’erano ieri e ci sono ancora oggi», ha sottolineato Rossi, evidenziando come i clan si muovano sempre più spesso «sostenuti da un’area grigia fatta di colletti bianchi, professionisti e talvolta rappresentanti delle istituzioni». Un concetto ribadito con forza dal procuratore generale della Repubblica di Torino, Lucia Musti, che ha spiegato alla platea quanto sia ormai «errato parlare di infiltrazioni mafiose al Nord, dal momento che le sentenze stabiliscono che in alcune zone essa è ben radicata».
Il ruolo dell’imprenditoria locale è finito inevitabilmente sotto la lente di Giovanni Bombardieri, procuratore della Repubblica di Torino. Secondo il magistrato, la denuncia resta sempre e comunque l’unica via per affrancarsi dal giogo criminale, ma non bisogna chiudere gli occhi davanti a una triste realtà: «Certo non sempre l’imprenditore è vittima, bisogna dire che ci sono imprenditori che si rivolgono alla criminalità perché conviene, ad esempio per lo smaltimento di rifiuti». A fargli eco, Rocco Sciarrone, docente di sociologia delle mafie all’università di Torino, che ha evidenziato la spregiudicata abilità dei clan nel «trasformare il capitale sociale in capitale economico» proprio stringendo legami opachi con il mondo delle professioni.
La risposta delle istituzioni: fondi, denunce e cultura
Di fronte a una minaccia globale come la ‘ndrangheta, la risposta non può essere delegata unicamente al prezioso lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura. Il presidente della regione Piemonte, Alberto Cirio, ha infatti inquadrato la lotta alla mafia come «una sfida collettiva e non individuale», ricordando come l’ente abbia recentemente raddoppiato i fondi destinati al recupero e al riutilizzo degli immobili confiscati. Un forte richiamo all’assunzione di responsabilità è arrivato poi dal sindaco di Novara, Alessandro Canelli, che ha ricordato come le mafie attecchiscano proprio nelle città maggiormente attrattive sotto il profilo economico, ammonendo che ogni amministratore locale «che abbia sentore di infiltrazioni non deve fare spallucce ma avere il coraggio di denunciare, anche qualora si rivelasse un falso allarme».
Sull’aspetto squisitamente educativo si è concentrato invece l’intervento appassionato di don Luigi Ciotti, presidente e fondatore di Libera. Mettendo in guardia le istituzioni dal concreto rischio di scivolare verso una «progressiva fase di normalizzazione e indifferenza», don Ciotti ha richiamato l’importanza vitale di estirpare il male alla sua radice originaria: «Tocca alla cultura risvegliare le coscienze, perché non è sufficiente tagliare la mala erba in superficie attraverso politiche sociali più efficaci». Un invito alla formazione culturale che è stato immediatamente raccolto dal rettore dell’ateneo ospitante, Menico Rizzi, pronto a proporre l’istituzione di momenti formativi trasversali sul tema della legalità aperti a tutti gli studenti universitari della regione.
Criptovalute ed ecomafie: i nuovi orizzonti del crimine
La ricca tavola rotonda ha infine scattato una fotografia decisamente allarmante sulle nuove frontiere degli affari illeciti. Il capocentro della Direzione investigativa antimafia di Torino, Tommaso Pastore, ha spiegato l’inarrestabile evoluzione delle indagini finanziarie, sottolineando come il celebre motto di Giovanni Falcone “follow the money” si sia ormai trasformato in “follow the virtual money”, per dare la caccia ai patrimoni mafiosi occultati attraverso transazioni in criptovalute o altri sistemi telematici di complessa individuazione.
Parallelamente, l’ombra della criminalità si allunga in modo sempre più opprimente sulla tutela dell’ambiente. Alice De Marco, presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta, ha infatti rivelato alla platea dati particolarmente preoccupanti: nel 2024 il Piemonte è risultata essere la peggiore regione di tutto il Nord Italia (e la settima a livello nazionale) per reati ambientali commess. I nuovi orizzonti di business delle ecomafie, ha denunciato, non si fermano più al solo ciclo dello smaltimento illegale dei rifiuti, ma hanno già messo pesantemente le mani sui lucrosi e strategici settori della contraffazione alimentare e della transizione ecologica.







