Seoul, Sabato 29 Ottobre 2022.

Ha il sapore di un tragico scherzo del destino morire durante una festa che dovrebbe esorcizzare la paura della morte. Ma la notte delle streghe e dei fantasmi ha smarrito il significato simbolico delle sue origini, misura ormai la nostra economia e quest’anno segna anche la ritrovata libertà dopo divieti e restrizioni, assomigliando sempre di più ad un carnevale trasgressivo che ad una commemorazione.

Nel rito celtico di Samhain il tema della morte è in sintonia con quanto avviene in natura: durante la stagione invernale la vita sembra tacere, anche se si muove sottoterra, dove tradizionalmente riposano i morti.

Speranza e incubo di tutti noi è il dissolvimento delle leggi del tempo e dello spazio, così che gli spiriti dei trapassati possano riunirsi al mondo dei viventi o che i viventi possano scendere agli Inferi: è nei miti di morte e resurrezione che affonda le radici il topos narrativo del viaggio nell’aldilà.

La più azzardata delle imprese di Odisseo si svolge alle porte del regno di Ade: le anime, richiamate dall’odore del sangue delle vittime di un rito sacrificale, si affollano intorno all’eroe, ombre vane, larve inconsistenti, desiderose di riappropriarsi della forza vitale, di memoria e parola.

Così gli parla Achille, a cui era stato concesso di scegliere una fine prematura ma gloriosa: ‘Non abbellirmi, illustre Odisseo, la morte! Vorrei essere un bracciante e servire un altro uomo, un uomo che non ha molta roba, piuttosto che dominare tra tutti i defunti.’

L’oltretomba di Omero è antitesi e rimpianto della vita: ombra, e non corpo; buio, e non luce, basso, e non alto; non prati verdi, ma tristi campi di pallidi asfodeli.

Una vera e propria necromanzia è quella descritta dal poeta latino Lucano nel suo poema ‘Pharsalia’, dedicato alla guerra civile tra Cesare e Pompeo: scelta anomala e antifrastica, perché l’epica di Lucano non ha nulla da celebrare in tono solenne, ma è un’aperta denuncia della spietata crudeltà di uno scontro fratricida.

Il figlio di Pompeo, Sesto, interroga la maga Erichto sull’esito della battaglia di Farsalo ed essa riporta in vita il cadavere di un soldato per ottenere una predizione, in un contorno di dettagli truculenti e spaventosi: ‘Subito il sangue coagulato si scalda, ravviva le nere ferite e scorre nelle vene fino all’estremità delle membra. Trepidano le fibre percosse nel gelido petto, e la nuova vita insinuandosi nelle midolla si mischia alla morte. Si tendono i nervi, il cadavere non si solleva lentamente, ma di un balzo dalla terra; è attonito al ritorno nel mondo.’

E’ sempre il canto di un poeta a spalancare le porte degli Inferi e ad andare vicino ad ottenere l’impossibile: con il suono della sua lira e la potenza della sua voce, Orfeo ottiene di riportare in vita Euridice, a patto che non si volti a guardarla; ma il divieto viene infranto, e la moglie scompare per sempre tra le ombre.

Cesare Pavese è convinto che quella catabasi non sia affatto una ricerca dell’amata, ma una presa di coscienza dell’ineluttabilità della morte: ‘Sentivo alle spalle il suo passo, io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci. Pensavo alla vita con lei, com’era prima; che un’altra volta sarebbe finita. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo attraversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Allora dissi – Sia finita – e mi voltai. Non si vince la morte.’

A differenza di Orfeo, il timore viene esorcizzato da Montale con la consueta ironia, mescolata a fulminanti intuizioni sul mistero della vita: il ricordo della moglie morta, Mosca, non concede nulla al patetismo né all’espressione diretta del dolore, tutto è affidato alla complicità tra coniugi, alla singolarità di un fischio destinato a favorire l’incontro nell’oltretomba, la cui modulazione può diventare l’unico mezzo per ritrovarsi:

‘Avevamo studiato per l’aldilà / un fischio, un segno di riconoscimento. / Mi provo a modularlo nella speranza / che tutti siamo già morti senza saperlo.’

Di fronte a un mistero di tale portata la realtà rassicurante delle nostra vita quotidiana può essere messa in crisi, soprattutto se un giornalista come Dino Buzzati viene spedito un ‘37 di Aprile’ a visitare gli scavi della Metropolitana Milanese: ‘un operaio, un certo Torriani, ha scoperto la porta dell’inferno, dice che in apparenza è tutto come qui da noi, e gli uomini sono di carne ed ossa, mica come quelli di Dante. Vestiti come noi. E dice che è una città come le nostre con luce elettrica e automobili dimodoché è facile confondersi, mimetizzarsi. L’inferno a Milano? La porta dell’Ade nella capitale del miracolo economico? Vide che la gente era sola, abbandonata a se stessa, al traffico della città. Vide gli anziani gettati come carne da macello che più non servivano alla società. Vide le persone stressate dalla meticolosa vita cittadina, nel traffico delle strade, alienate dal proprio lavoro. Fogli bianchi lasciati sui tavoli, nulli, privi di esistenza. Tutto era deciso da una centrale di comando, da dove le diavolesse stabilivano le sorti del mondo.’

Le sorti del nostro tempo sono più che mai in balia del consumismo sfrenato, i prezzi dei crisantemi sono quasi raddoppiati; solo i più piccoli non ne sono consapevoli e riescono a normalizzare le loro paure; speriamo allora che nella notte di Halloween Linus Van Pelt abbia finalmente esaudito il desiderio di incontrare Great Pumpkin: di tutti i Peanuts è l’unico a credere nell’avvento di una figura soprannaturale che ricompensa i bambini buoni, facendo la sua comparsa in un campo di zucche; la sua fede non vacilla e la delusione che affiora non offusca l’entusiasmo che Linus riesce, ogni volta, a ritrovare.

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Claudia Cominoli

Claudia Cominoli

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