Sembra che il cambiamento climatico, oltre a sciogliere i ghiacciai, stia pure uccidendo la nebbia, anche se qualche settimana fa uno dei satelliti dell’Esa, Sentinel3 del programma di osservazione della Terra ‘Copernicus’, ha fotografato nei cieli della Pianura padana un’estesa concentrazione di foschia e smog, decretando l’inesorabile avanzata dell’autunno e il deteriorarsi dell’aria.

Chi come me è nato tra Novara, Vercelli e Alessandria si ricorda però ben altre coltri impenetrabili di bruma: quella spessa che la tagli con il coltello; quella che, quando guidavo a vent’anni, dovevo mettere la testa fuori dal finestrino per vedere la linea di mezzeria ed evitare un frontale.

La detestavo quella densa cortina lattiginosa; camminavo rasente i muri, indovinando a memoria curve e scale dei tracciaticittadini, scansando sagome che si materializzavano di fronte all’improvviso; sobbalzavo se sfiorata da fantasmi infagottati.

Non mi è mai piaciuta neanche quando Omero spediva una divinità giù dall’Olimpo, avvolta nella foschia per sorprendere un guerriero il cui destino di morte era segnato: ‘E Patroclo si slanciò sui Troiani meditando rovina, Febo gli mosse incontro nella mischia selvaggia; egli non lo vide venire in mezzo al tumulto, gli venne incontro nascosto da molta nebbia. E dietro gli si fermò, colpì la schiena e le larghe spalle.’

Ma in questo caso si trattava del mio eroe preferito, stordito dalla forza impari di un dio tutto muscoli, miele e ambrosia.

Sono state altre nebbie letterarie a riconciliarmi con le atmosfere caliginose e a farmene assaporare la misteriosa bellezza. Paradossalmente, ho iniziato ad amare la nebbia nelle pagine dei grandi romanzieri dell’Ottocento, maestri nel descrivere anime e panorami desolati nelle città moderne, dove la nebbia confusa con il fumo delle fabbriche, il fetore e la pioggia connota la miseria dei quartieri popolari.

La Londra di Dickens è ‘nebbia ovunque: nebbia su per il fiume; nebbia giù per il fiume che scorre insudiciato tra le file di navi e le sozzure che giungono alla riva di una grande e sporca città. Nebbia negli occhi e nella gola dei decrepiti pensionati di Greenwich che respirano a stento. Passanti occasionali sui ponti guardano dal parapetto un infimo cielo di nebbia, avvolti essi stessi nella nebbia, come in una mongolfiera sospesa tra nuvole scure.’

La nebbia che oggi va scomparendo nelle città e nelle campagne padane la ritrovo nella Milano di Alberto Savinio: ‘Quando i milanesi parlano di nebbia hanno l’aria di dolersene, ma in fondo sono contenti della loro nebbia. La gonfiano, la dicono più densa di quanto veramente sia, la paragonano alla purée de pois di Parigi. La nebbia mobilia le città, raccoglie i discorsi degli uomini e li conserva. La nebbia è comoda. Trasforma la città in un’enorme bomboniera, e i suoi abitanti in altrettanti canditi. Anche l’amore ne è favorito, chiuso e teneramente umano. Anche la morte è meno cruda nelle città di nebbia: i morti si staccano da noi, ma non ci abbandonano del tutto. Vanno ad abitare un po più in là’, e la nebbia unisce morti e vivi. Chi ha orecchio fine, ode respirare i morti pian piano, sotto il denso coltrone di nebbia. Non date sole ai morti: li rendereste infelici e famelici di vita.’

E’ la nebbia al Giambellino di Giovanni Testori che, ‘venendo fuori dai canali, dai fossi, dai mucchi di immondizie e di concime, prima diffidente, a brandelli, poi via via più densa, crudele e aggressiva, aveva preso a fasciare gli ultimi casamenti, tetri e uguali, strade, case, segnali di fermata dei tram, capannoni, orti, siepi; si era unita con quella che calava dai camini, poi aveva coperto dentro di sé ogni cosa.’

L’unica città che accresce il suo fascino quando è avvolta dalla bruma è Venezia; è suggestivo camminare nelle calli ascoltando il respiro dell’acqua e il ritmo cadenzato dei propri passi. E’ lo scenario umido e straordinario delle passeggiate di d’Annunzio nel ‘Notturno’, reduce da un incidente di volo che aveva causato un violento trauma all’occhio: ‘Usciamo. Mastichiamo la nebbia. La città è piena di fantasmi. Gli uomini camminano senza rumore, fasciati di caligine. I canali fumigano. Dei ponti non si vede se non l’orlo di pietra bianca per ciascun gradino. I fanali azzurri nella fumea. Le Procuratie vecchie sono quasi invisibili. La cima del campanile si dilegua nel vapore. I morti passeggiano stanotte. Qualcuno cammina al mio fianco, senza rumore.’

Sono state poi le metafore del disorientamento, della memoria che si cancella e della malinconia della condizione umana che mi hanno definitivamente conquistata.

Ancora Venezia diventa per l’esule russo Josif Brodskij ‘il posto giusto per sbarcare, dove la nebbia vuol dire tempo per obliare se stessi, nella scia di una città che ha smesso di farsi vedere. Senza volere obbedisci alla città, specialmente se anche tu, come lei, non hai compagnia. Puoi vantarti di avere in comune con lei l’invisibilità.’

‘La nebbia agli irti colli’ non mi ha mai affascinata tanto quanto ‘gli accidiosi alberi’ intravisti da Carducci in una mattina alla stazione d’autunno: ‘io credo che solo, che eterno, / che per tutto il mondo è novembre. / Meglio a chi ‘l senso smarrì dell’essere, / meglio quest’ombra, questa caligine: / io voglio io voglio adagiarmi / in un tedio che duri infinito.’

E oggi la vivo come esperienza protettiva e consolatoria, in sintonia con i versi di Pascoli: ‘Nascondi le cose lontane / tu nebbia impalpabile e scialba, / tu fumo che ancora rampolli, / su l’alba, / da’ lampi notturni e da’ crolli, / d’aeree frane! /
Nascondi le cose lontane, / nascondimi quello ch’è morto! / Ch’io veda soltanto la siepe / dell’orto, / la mura ch’ ha piene le crepe / di valerïane…’

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Claudia Cominoli

Claudia Cominoli

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