Mia madre se n’è andata il 28 Settembre di dieci anni fa e con lei l’ultimo legame con il mondo da cui provengo, con il sangue, metafora che sintetizza il groviglio di storie, educazione, consuetudini, relazioni e disgrazie che hanno governato il mio destino.

Mi aveva sempre detto di volere solo tre rose bianche nel suo ultimo viaggio e di non scomodare troppa gente per il suo funerale: ho fatto in modo di accontentarla, mentre cercavo di mettere a tacere rimorsi e rimpianti e facevo lo stretto necessario per vivere, anche se in un ordine confuso di azioni, e mi capitava di piangere all’improvviso un po’ dappertutto.

Ho smesso di leggere in quei giorni, perché nessuna parola consolatoria può riempire un vuoto simile o arginare la consapevolezza di una figlia che riconosce l’inestinguibile amore di una madre solo dopo la sua morte. Il rimorso è ancora lì: mi ha amata più di quanto io abbia fatto con lei.

Ma è pur sempre attraverso la poesia che ho cominciato a risentirla vicina. Subito mi è arrivato un rimprovero, tramite la Clitemnestra di Euripide, che, rivolgendosi ad Elettra, le dice: ‘Del padre amica, o figlia mia, per indole / tu sei. Così succede. Alcuni tengono / dall’uomo, ed altri amano di più la madre. / Ma ti perdono’.

Dopo un litigio me lo rinfacciava sempre: ‘Tu vuoi più bene al tuo papà’; e si sbagliava, a mio padre ero più affine, da mia madre dovevo difendermi per essere diversa da lei. Nascere femmina obbliga a distinguersi, a voler essere altro da qualcuna a cui tanto si somiglia.

Il legame con la madre è una connessione unica e speciale, che implica l’ambivalenza dell’intensità e dell’unione quanto la difficoltà del rifiuto o dell’assenza. Può manifestarsi come lacerante conflitto tra un infinito amore per la donna che ci ha generati e la condanna alla solitudine che esso comporta, come nei versi della ‘Supplica a mia madre’ di Pasolini: ‘Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, / ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore. / Per questo devo dirti ciò che è orrendo conoscere: / è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia. / Sei insostituibile. Per questo è dannata / alla solitudine la vita che mi hai data […] sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù: / ho passato l’infanzia schiavo di questo senso / alto, irrimediabile, di un impegno immenso’.

Quel legame è l’inizio di ciò che ci portiamo dietro per tutta la vita, anche quando la figura materna è assente e non se ne può provare nostalgia perché non l’abbiamo conosciuta: è quello che capita a Momo, il protagonista del romanzo di Romain Gary ‘La vita davanti a sé’; lui la sua mamma non riesce neanche a immaginarla, ‘non sapeva nemmeno che ce ne volesse una’.

Viene cresciuto da Madame Rosa, che accoglie nella sua pensione i figli delle prostitute, bimbi nati per sbaglio ‘che non erano riusciti a farsi abortire in tempo e che non erano necessari’, insieme a Madame Lola, un travestito che sarebbe stato una bravissima madre di famiglia: ‘è davvero un peccato che la natura si sia opposta, così si sono persi dei bambini felici’.

Qualche tempo dopo la morte di mia madre ho cominciato a sognarla, una figura senza un’età precisa, una presenza illusoria, ma più forte della sua assenza reale, una sorta di Lare domestico che custodiva il mio sonno e rigovernava la casa. Non penso che mi attenderà per condurmi davanti a Dio, intercedendo perché mi vengano perdonati i peccati, come la madre di Ungaretti: ‘E il cuore quando d’un ultimo battito / avrà fatto cadere il muro d’ombra / per condurmi, Madre, sino al Signore, / come una volta mi darai la mano […] E solo quando m’avrà perdonato, / ti verrà desiderio di guardarmi. / Ricorderai d’avermi atteso tanto, / e avrai negli occhi un rapido sospiro’.

Educata nell’infanzia ad una fede che poi ho smarrito nel corso dell’esistenza, al di là di ogni ipotesi di salvezza religiosa, a cui comunque nemmeno mia madre credeva fermamente, mi sento più in sintonia con i versi di Montale, per cui l’unica forma di sopravvivenza ultraterrena è quella garantita dal ricordo: ‘Ora che il coro delle coturnici / ti blandisce nel sonno eterno […], se tu cedi / come un’ombra la spoglia / (e non è un’ombra / non è ciò che tu credi) / chi ti proteggerà? […] solo due mani, un volto, / quelle mani, quel volto, il gesto d’una / vita che non è un’altra ma se stessa, / solo questo ti pone nell’eliso / folto d’anime e voci in cui tu vivi’.

La vita terrena non è un’ombra di quella oltremondana, liberarsi del peso del corpo non apre la via della salvezza: solo il ricordo di gesti e di un aspetto concreto consente una vita oltre la morte nella memoria dei vivi.

E’ dunque il labile e perciò tanto più prezioso filo della memoria, intriso d’amore per lei, che cuce e ricama i miei sogni. E quando ho sognato di non essere più pensata da lei, le ho chiesto di continuare a mandarmi segnali, di apparirmi di nuovo come Nume tutelare nelle ore più buie della notte, ringraziandola di essere esistita.

Non piango più dagli occhi, ‘il pianto resta qui, dentro la mente, / il pianto vero è invisibile, qui, dentro il pensiero’ (Patrizia Valduga).

Ogni volta che vado all’ombra della sua croce, continuo a portarle tre rose bianche: ‘Coglierò per te / l’ultima rosa del giardino, / la rosa bianca che fiorisce / nelle prime nebbie. / Le avide api l’hanno visitata / sino a ieri, / ma è ancora così dolce / che fa tremare’ (Attilio Bertolucci).

Il suo spirito torna ancora, ogni tanto, a girarmi intorno.

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Claudia Cominoli

Claudia Cominoli

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