Pier Paolo Pasolini scrisse nell’estate del 1943 all’amico Franco Farolfi: “La guerra non mi è mai sembrata tanto schifosamente orribile come ora: ma non si è mai pensato cos’è una vita umana?”

Se non basta un articolo per parlare di lui, se non bastano termini e aggettivi per definirlo, è sufficiente questa riflessione tratta da una sua lettera per comprenderne l’attualità e sentirne l’assenza.

E’ stato poeta, scrittore, giornalista, saggista, regista, pittore, un inesausto sperimentatore di nuove narrazioni e linguaggi, ma soprattutto di vita, un critico ben diverso dai tanti giullari di massa che popolano i salotti culturali.

Ma è stato soprattutto l’ultimo profeta dei nostri tempi: nei suoi scritti ha anticipato la profonda trasformazione antropologica della società, dal congedo definitivo dal mondo della tradizione e delle campagne all’inferno del caos cittadino e dell’omologazione. Ha intravisto la realtà che viviamo oggi, schiacciata sul presente, rappresentata sugli schermi e non vissuta sulla nostra pelle.

Come invece ha fatto lui, sempre protagonista e militante, un ‘corsaro’ spesso scomodo e osteggiato, sempre inviso ai potenti.

Nei primi anni Sessanta del ‘900 viaggiò molto in India, Palestina, Africa e fu testimone del lungo e faticoso processo di decolonizzazione, che assunse ad esempio i contorni violenti dell’insurrezione in Algeria del 1954: scontri, atti terroristici, guerriglia urbana e morte di moltissimi civili.

Nella raccolta “Poesia in forma di rosa” Pasolini urta le coscienze parlando di barche che abbandonano i ‘Regni della Fame’, per dirigersi verso il miraggio di opulenza delle città europee:

“Alì dagli Occhi Azzurri

uno dei tanti figli di figli,

scenderà da Algeri, su navi

a vela e remi. Saranno

con lui migliaia di uomini

coi corpicini e gli occhi

di poveri cani dei padri […]

Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,

a milioni, vestiti di stracci

asiatici…”

Evidente la sua lungimiranza, insieme alla capacità di leggere e denunciare ciò che è ancora sotto gli occhi di tutti. Lui, che pur sperava in un’accoglienza fraterna in nome di una comune condizione di povertà, chissà cosa direbbe delle tante discriminazioni contemporanee.

Giudicato da molti un arrogante, certamente fragile, contraddittorio e discutibile, è riuscito a trasformare in successo lo scandalo e la persecuzione (giudiziaria, censoria, omofoba) per atti osceni, film per la prima volta vietati in Italia ai minori e dichiarazioni proibite, grazie all’autorevolezza e al carisma di infaticabile autore.

Il prezzo pagato è stato alto. Ha turbato molti con le sue prospettive eccentriche e anticonformiste, tanto da andare incontro a 33 processi, ma ha continuato ad avere un pensiero libero, fino al sacrificio di sé.

Era nato il 5 Marzo 1922, all’alba del giorno dei morti del 1975 il suo cadavere fu ritrovato sul lungomare di Ostia, abbandonato come un rifiuto, un sacco di stracci. Fu profetico anche nell’ultima intervista, rilasciata a Furio Colombo il giorno prima di essere assassinato:

“La tragedia è che non ci sono più esseri umani; mentre parliamo qui, qualcuno sta facendo i piani per farci fuori; […] beati quelli che sono tutti contenti, quando potete mettere su un delitto la sua bella etichetta: non potendo impedire che accadano certe cose, si trova pace fabbricando scaffali”.

Su quel sacco di stracci il mistero è senza fine, nonostante le tante etichette.

Come lui ha reso omaggio ai suoi accattoni con inquadrature che richiamano alla tradizione dell’arte (Ettore Garofolo, in ‘Mamma Roma’, esanime su una branda a Regina Coeli, un povero cristo nella stessa posizione del ‘Cristo morto’ del Mantegna), il tributo alla sua morte e al suo corpo è un murales di Nicola Verlato, realizzato nel 2015 a Tor Pignattara, in un paesaggio umano e sociale che Pasolini frequentava e indagava.

Si intitola ‘Hostia’. In latino significa ‘Vittima’.

[Immagine: Nicola Verlato, Hostia. Roma, Tor Pignattara. 2015]

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Claudia Cominoli

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