Dopo un anno trascorso con Dante e il titolo di questa rubrica, ‘Vivere di un consumato amore’, scelto per rendere omaggio ai versi di Pasolini nel centenario della sua nascita, entrambi adesso mi accompagnano a chiudere l’ultimo articolo del 2022.

Tutti e due continuano ad essere vivi nella nostra memoria collettiva non solo come poeti, ma per l’urgenza con cui si sono sempre confrontati con la Storia, convinti della responsabilità morale e civile dell’intellettuale; per come sono stati capaci di ‘indossare’ la condizione umana e di interrogarsi sul presente, di leggere la contemporaneità in relazione al passato, dunque di intuire la direzione del futuro.

In Pasolini il dialogo con Dante è stato continuo, a partire dalla ricerca sul linguaggio, nella convinzione che ogni verità poetica è innanzitutto un problema di verità linguistica, di stile adeguato e conveniente a ciò che si vuole rappresentare.

La realtà quotidiana raccontata nei suoi elementi bassi e materiali, persino triviali, e lo sguardo dello scrittore che cerca quella realtà e la trova autentica e poetica, rimandano a categorie dantesche: alla mescolanza di stili e al plurilinguismo che percorrono la ‘Commedia’ e che Gianfranco Contini ha identificato come filone espressionista della tradizione letteraria.

Accomunati anche da generosità e da una certa ruvidezza nei rapporti interpersonali, da Dante a Pasolini scorre una vena di polemica e utopia.

La Firenze rappresentata da Dante è emblema della corruzione e della divisione, perché è il centro di un nuovo sistema sociale ed economico fondato sull’accumulo di denaro, sull’avidità e la smania di possesso: ‘La gente nuova e i sùbiti guadagni / orgoglio e dismisura han generata’; la città è definita ‘pianta del demonio’ perché ‘il maledetto fiore’, il fiorino, era la valuta di riferimento nel mercato internazionale.

La Firenze pacifica e frugale del passato è scomparsa, e nel XV del Paradiso diventa oggetto di rimpianto e di speranza, un modello di società felice, un’utopia a cui tendere: ‘Fiorenza dentro da la cerchia antica, /ond’ella toglie ancora e terza e nona, / si stava in pace, sobria e pudica. /Non avea catenella, non corona, non gonne contigiate, /non cintura che fosse a veder più che la persona. […] Bellincion Berti vid’io andar cinto di cuoio e d’osso, / e venir da lo specchio la donna sua sanza ‘l viso dipinto.’

La descrizione nostalgica di una città ormai scomparsa e il rimpianto per ciò che è diventata possono apparire dettati da passione conservatrice e miope, anacronistica. Eppure Dante è stato indubbiamente un innovatore, nella scelta di scrivere in volgare, nell’adesione ad una avanguardia poetica come lo Stilnovo, nel contrapporsi alle pretese delle grandi famiglie nobili, nell’entusiasmo per i nuovi movimenti religiosi sorti per riformare la Chiesa.

La società contemporanea conosce bene l’edonismo consumistico che Dante individua già nella città corrotta del suo tempo; il mondo in cui viviamo è il prodotto di una ‘mutazione antropologica’: dalla metà degli anni Cinquanta del Novecento l’Italia contadina e rurale è andata scomparendo ed è iniziato un processo di omologazione culturale che ha portato al mondo globalizzato di oggi.

La posizione di Pasolini, che per primo ha descritto questo cambiamento della società italiana, è contro i miti di massa e gli strumenti che hanno reso possibile l’omologazione culturale, tra questi la televisione, ed evidenzia lo smarrimento e la preoccupazione di fronte al boom economico che ha investito costumi, mentalità e stili di vita: ‘Il mondo mi sfugge, ancora, non so dominarlo/ più, mi sfugge, ah, un’altra volta è un altro…/Altre mode, altri idoli,/ la massa, non il popolo, la massa /decisa a farsi corrompere / al mondo ora si affaccia, /e lo trasforma, a ogni schermo, a ogni video /si abbevera, orda pura che irrompe. / E s’assesta là dove il Nuovo Capitale vuole. /Muta il senso delle parole: /chi finora ha parlato, con speranza, resta / indietro, invecchiato’ (‘Il glicine’).

Come Dante rimpiange il mondo cortese dei padri, il poeta di Casarsa idealizza il passato popolare contadino, un tempo mitico e naturale, precedente al trionfo dell’economia: ‘Che paese meraviglioso era l’Italia durante il fascismo e subito dopo! La vita era come la si era conosciuta da bambini, e per venti trent’anni non è più cambiata.’

Marxista eretico e reazionario, comunista antimoderno, spirito religioso ma blasfemo; era contro l’aborto e il divorzio, si è schierato a difesa dei poliziotti contro gli studenti nei disordini di Valle Giulia, ‘facce da figli di papà, arroganti piccolo – borghesi’. E’ andato di traverso un po’ a tutti.

Ma le sue prese di posizione fuori dal coro non bastano per ridurre il suo pensiero ad una difesa anacronistica di un passato di arretratezza, sono piuttosto il rifiuto di accettare una modernità e un cambiamento senza prescindere dagli effetti laceranti che essi comportano.

Anche per lui il rimpianto del passato non è fine a se stesso, ma acquista un valore polemico e utopico, concorre a mettere in rilievo le storture del presente e indica un modello di civiltà migliore e alternativo a quello dominante. Sceso nella ‘Divina mimesis’ del suo personale inferno dantesco, ‘con qualche girone nuovo per i nuovi peccati, popolato di contemporanei, amici, capi di governo e di partito e criminali, una summa eroica pantagruelica dello spirito contemporaneo’, non trovandovi né cultura né vita autentica, ha rimpianto una società integra e non ancora massificata.

Per motivi simili ha guardato al mito come forma di indagine non moderna e non borghese sul presente, un serbatoio di immagini simboliche che mostrano con grande forza espressiva il progresso come deformazione del presente e metamorfosi dell’umano, per evitare che si consideri la cultura contemporanea come unico tempo degno di essere conosciuto e abitato.

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Claudia Cominoli

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