Anche quest’anno il 25 Novembre è passato, tra i nostri profili social inondati di scarpe e panchine rosse e un fermo immagine dagli stadi del Qatar, dove i calciatori si inginocchiano o si rifiutano di cantare l’inno nazionale, convinti che anche questo serva per difendere le donne e i diritti.

Tutto è iniziato da una ciocca di capelli che Mahsa Amini ha lasciato fuoriuscire dal suo hijab: per questo la polizia morale in Iran l’ha arrestata e picchiata a morte. Poi sono venute le donne in piazza a bruciare i loro veli e a tagliarsi le chiome: un gesto di grande coraggio, rivoluzionario se a compierlo sono le femmine nel Paese degli ayatollah, che non nega solo il vento nei capelli. Un gesto subito adottato da chi non ha perso tempo per apparire come attivista dell’ultima ora, trasformandolo in battaglia edulcorata e scarsamente d’impatto, se compiuta nel caldo dei nostri salotti.

La femminilità violata ha bisogno di ben altro, se anche qui da noi l’inasprimento delle leggi non è riuscito a frenare il femminicidio. L’apparato sanzionatorio spesso interviene alla fine della catena delittuosa e non sembra costituire un deterrente efficace; esiste poi una forma di abuso che non si manifesta con lividi e scenate, ma passa dal controllo di chi gestisce il denaro.

Che il fattore economico sia spesso alla radice delle violenze domestiche sulle donne è una prova di quanti passi ancora restano da fare verso la parità di genere: per generazioni noi donne siamo state cresciute a ideali come arrendevolezza, generosità e affetto, che sembrano non c’entrare nulla con il denaro. E invece le donne hanno bisogno di soldi, perché i loro desideri, sogni e diritti sono obiettivi che vanno finanziati, sono investimenti che garantiscono indipendenza.

Da tempo si dice che è necessario un cambiamento culturale, un’educazione non improntata su aspettative stereotipate. Anche la letteratura ha le sue colpe per aver omesso e ignorato il sentire delle donne, e deve fare la sua parte per diffondere una tradizione di studi sulla produzione femminile, formare buone lettrici che diano voce alle parole delle donne e insistano per modificare il canone letterario.

Beatrice e Laura non sono certo da interpretare come emblema di dialogo tra i sessi: se è vero che la musa di Dante parla e guida il poeta, Laura è un muto specchio dei desideri e delle ansie del Petrarca.

Sibilla Aleramo sostiene che ‘i poeti nostri hanno cantato una donna ideale; Beatrice è sfuggente, Laura un geroglifico, e se qualche donna ottiene il loro canto, è quella che essi non potettero avere; quella che ebbero e diede loro dei figli non fu da essi neanche nominata. Perché continuare a contemplare in versi una donna metafisica e a praticare in prosa con una fantesca? Non dovrebbero i poeti per primi voler vivere una nobile vita, intera e coerente?’

Solo una donna libera e trasgressiva come la poetessa rinascimentale Veronica Franco può rimproverare ad uomo, ben sapendo che resterà impunito, di aver insultato e picchiato pubblicamente una donna: ‘Dunque a la mia presenza vi fu opposto / ch’una donna innocente abbiate offesa/con lingua acuta e con cor mal disposto; […]voi la minacciaste forte allora, /e giuraste voler tagliarle il viso, /osservando del farlo il tempo e l’ora.

Sfregiare una donna significa infliggerle un marchio indelebile, da parte di chi se ne ritiene proprietario e la vuole esclusa dalla vita sociale.

Una cruda scena di violenza domestica è descritta da Cesare Pavese nel romanzo ‘La luna e i falò’: Valino, il nuovo proprietario della casa dove il protagonista Anguilla viveva un tempo, in un momento di follia uccide la nonna e la zia del figlio Cinto, che assiste alla terribile realtà: ‘Ma poi la sera quand’era tornato era nero. S’era messo a gridare con Rosina, con la nonna, perché non avevano raccolto prima i fagioli verdi. Allora il Valino s’era tolta la cinghia e aveva cominciato a frustare Rosina. Sembrava che battesse il grano. Rosina s’era buttata contro la tavola e urlava, si teneva le mani sul collo. Poi aveva fatto un grido più forte, era caduta la bottiglia, e Rosina tirandosi i capelli s’era buttata sulla nonna e l’abbracciava. Allora il Valino le aveva dato dei calci – si sentivano i colpi -, dei calci nelle costole, la pestava con le scarpe. Rosina era caduta per terra, e il Valino le aveva ancora dato dei calci nella faccia e nello stomaco.’

Una lotta tra i due sessi senza esclusione di colpi emerge dalle pagine che Anna Banti dedica all’esecuzione del quadro più famoso dipinto da Artemisia Gentileschi nel 1620, ‘Giuditta decapita Oloferne’.

Il modello per raffigurare il generale del re Nabucodonosor che assedia Betulia è il giovane e aitante greco Anastasio, sul cui corpo le amiche della pittrice si concentrano con avida e compiaciuta curiosità; ma subito si lamentano che, dietro la bellezza e la facciata di cavalieri rispettabili, gli uomini siano iracondi e violenti: ‘Ognuno veduto da occhi acuti e guardinghi, seduti tra quattro mura, nell’atto del bere, dell’andare in collera; quello urla, l’altro bestemmia; che occhi fa Tommaso, che grinta il Vieri.’

Il mestiere ha consentito ad Artemisia di sfuggire ad ogni sottomissione ed etichetta sociale, ‘né sposa né fanciulla’; a Giuditta poi, ha regalato le sue fattezze, dando voce al suo rancore: in tutto quel sangue che fuoriesce dalla gola tagliata di Oloferne, ‘Agostino (Tassi, il pittore che l’aveva violentata), il pugnale, la scena del letto avevano trovato la via di esprimersi; […] un’orribile fierezza di donna vendicata, in cui trova luogo, malgrado la vergogna, la soddisfazione dell’artista. Gli uomini tornavano uomini, padre, amante, marito, distanti e incomprensibili fantasmi, poco meno che nomi, dissolti come corpi nella terra.’

Noi, mentre questo articolo va in stampa, ancora ci illudiamo fino all’ultimo che i resti di quel corpo trovati nella terra nei dintorni di Novellara non siano di Saman Abbas; speriamo che sia sparita, lontana da chi voleva davvero amare e sposare, ma viva.

Il problema però, non è Saman Abbas. Il problema è la madre di Saman Abbas.

[Immagine: Artemisia Gentileschi, ‘Giuditta decapita Oloferne’, 1620 (particolare). Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte]

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Claudia Cominoli

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