Se lo sport rischia di nuocere alla salute

A circa un mese dall’inizio dell’emergenza Covid-19 nel nostro Paese, si è assistito a un ribaltamento, prima lento e poi più concitato ma in ogni caso inesorabile, di alcuni concetti che potevano sembrare inattaccabili. Sfidiamo chiunque, infatti, a sostenere che se appena due settimane fa un medico sportivo avesse vietato, allo scopo di preservarne la salute, l’attività fisica, questo divieto si sarebbe accettato di buon grado senza considerare pazzo lo specialista.

Eppure, tralasciando la polemica che oggi coinvolge gran parte dell’opinione pubblica riguardo i “furbetti” della corsetta (ovvero di chi si è improvvisato o riscoperto accanito podista pur di eludere la “clausura” forzata) è quanto emerge da un comunicato ufficiale diramato negli scorsi giorni dalla FMSI, la Federazione Medico Sportiva Italiana.

«La Federazione Medico Sportiva Italiana – si legge nella nota – con riferimento all’attuale dibattito, anche mediatico, circa la possibilità delle Società Professionistiche di ogni disciplina sportiva di disporre lo svolgimento di allenamenti collettivi, ritiene doveroso, alla luce dell’attuale situazione di emergenza sanitaria, raccomandare: per le Società Professionistiche l’interruzione degli allenamenti collettivi allo stato almeno fino al 3 aprile; per le Società Dilettantistiche l’interruzione degli allenamenti collettivi fino a nuove indicazioni; per il Settore giovanile scolastico l’interruzione degli allenamenti collettivi fino al 30 giugno».

 

 

Insomma, allenamenti collettivi fermi fino a nuove indicazioni per tutti e almeno fino al 3 aprile per le società professionistiche. Una nota carica di buonsenso che, a dire il vero, è stata colta da quasi tutto il mondo dello sport di squadra, principale “destinatario” della nota stessa. Si è arrivati, complici diverse positività tra i calciatori, allo stop totale dell’attività di squadra per la serie A di calcio (la Lega Pro e società responsabili come il Novara, in questo, erano stati ottimi precursori), “Olimpo” dello sport italiano sia in termini di seguito che di coinvolgimento economico, e a cascata lo stop è andato estendendosi fino agli angoli più remoti del professionismo e non. Con dei “piccoli villaggi di irriducibili”, per parafrasare l’incipit caro a Goscinny e Uderzo nella loro saga di Asterix, che continuano l’attività (quasi) come se nulla fosse. Un fenomeno legato particolarmente alla pallavolo, sia maschile sia femminile, ma che potrebbe presto estendersi al calcio e che comporta una riflessione: è stato giusto lasciare “libertà di coscienza” alle singole società? Non sarebbe stato più corretto porre delle limitazioni per tutti, preso atto che il buonsenso a quanto pare non sia sufficientemente contagioso?

Il paradosso cui si rischia di assistere è che nelle prossime settimane, archiviata (prima possibile, ce lo auguriamo tutti) l’emergenza e improvvisata (anche se al momento appare impossibile ipotizzare quando e come) una ripartenza dell’attività, alla fine chi abbia agito lungo il labile confine tra il rispetto e l’infrazione delle regole, si possa trovare avvantaggiato. Può lo sport, terreno che dovrebbe essere per eccellenza fertile di lealtà, permettersi questo? La risposta è scontata… e forse si è ancora in tempo per intervenire.

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