Attacco a Scalfaro in Parlamento, il nipote Cattaneo replica: «Prima ci si documenti sulla storia»

Le parole pronunciate alla Camera dal deputato di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami su Oscar Luigi Scalfaro «non meritano peso, raccontano una debolezza di pensiero che fa spavento». A dirlo è Paolo Cattaneo, nipote dell’ex presidente della Repubblica – scomparso nel 2012 – già consigliere comunale e presidente della Provincia di Novara e oggi presidente dell’Istituto storico della Resistenza “Piero Fornara”, che interviene dopo la polemica esplosa in Parlamento.

Durante le dichiarazioni di voto sulla richiesta di autorizzazione all’utilizzo delle chat del sottosegretario Andrea Delmastro, Bignami ha infatti chiamato in causa Scalfaro sostenendo che «la sinistra fece eleggere Scalfaro, che un anno dopo liberò 300 mafiosi al 41 bis» e aggiungendo che quei «300 mafiosi» sarebbero stati poi «rimandati in galera dall’allora ministro della Giustizia Giovanni Conso».

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Una ricostruzione che, però, non corrisponde ai fatti storici. Nel novembre 1993 non vennero infatti liberati 300 mafiosi: il ministro della Giustizia Giovanni Conso decise di non prorogare il regime di carcere duro previsto dall’articolo 41-bis per 334 detenuti, che rimasero comunque in carcere passando al regime detentivo ordinario. Lo stesso Conso, negli anni successivi, si assunse pubblicamente la responsabilità di quella scelta, spiegando di averla adottata nell’ambito delle proprie competenze di Guardasigilli e senza indicare interferenze o decisioni del Quirinale. Sul piano costituzionale, inoltre, il Presidente della Repubblica non esercita poteri di indirizzo o decisione in materia di applicazione o proroga del regime del 41-bis, che rientra nelle competenze del ministro della Giustizia.

“Sono colpi di coda che arrivano dal 1994”

«Non ci do molto peso – esordisce Cattaneo –. Intellettualmente c’è una debolezza di pensiero preoccupante, da ogni parte. Sono colpi di coda che risalgono al governo Berlusconi nel 1994, quando Scalfaro disse a Berlusconi i famosi tre no».

Il riferimento è alla crisi del primo governo Berlusconi. Dopo le dimissioni dell’esecutivo, il presidente del Consiglio chiese a Scalfaro lo scioglimento immediato delle Camere, il ritorno alle elezioni anticipate e che fosse il suo governo dimissionario a gestire la campagna elettorale e il voto.

Scalfaro respinse tutte e tre le richieste. La motivazione, spiegò lui stesso, era dettata esclusivamente dal rispetto della Costituzione. «Lui disse no a tutte e tre – continua Cattaneo – perché sulla Carta costituzionale aveva giurato fedeltà. Al vertice non c’è il Presidente della Repubblica, ma il Parlamento. Da lì partì una campagna denigratoria che purtroppo è rimasta nella memoria di tante persone».

Dal Sisde al celebre “Io non ci sto”

Tra gli episodi richiamati da Cattaneo c’è anche il caso dei fondi riservati del Sisde. «Per non parlare del caso dei fondi riservati del SISDE» osserva Cattaneo.

L’inchiesta ipotizzò che, quando era ministro dell’Interno, Scalfaro avesse ricevuto assegni mensili provenienti da un fondo riservato del servizio segreto civile. Il 3 novembre 1993, da Presidente della Repubblica, Scalfaro si rivolse agli italiani con il celebre messaggio televisivo passato alla storia per l’espressione «Io non ci sto», respingendo con fermezza ogni accusa e denunciando un tentativo di delegittimare la Presidenza della Repubblica. Terminato il mandato al Quirinale, il suo nome venne iscritto nel registro degli indagati come atto dovuto nell’ambito dell’inchiesta, ma il Tribunale dei ministri archiviò definitivamente il procedimento nel luglio 2001, escludendo elementi idonei a sostenere l’accusa.

“Stimato da Almirante e da Pajetta”

Per Cattaneo, la figura di Scalfaro viene oggi letta attraverso una lente deformata dalle polemiche politiche: «Scalfaro godeva della stima di ogni parte politica perché era antifascista e anticomunista. Era stimato da Giorgio Almirante da una parte e da Gian Carlo Pajetta dall’altra, pur essendo lontano dalle rispettive ideologie. Questa era la vera politica».

Anche la nomina di Massimo D’Alema a presidente del Consiglio, ricorda, dimostra il rispetto rigoroso del ruolo istituzionale. «Quando nominò D’Alema presidente del Consiglio, Scalfaro non era molto d’accordo, avrebbe preferito una figura più istituzionale. Ma i gruppi parlamentari andarono da lui con quella indicazione e lui, nel rispetto del suo ruolo di Presidente della Repubblica, dovette prenderne atto. Questo era il suo ruolo».

“Prima di parlare bisogna studiare”

Infine, un giudizio diretto sulle parole pronunciate da Bignami: «Gli direi prima di documentarsi su fonti pulite e di non limitarsi a gettare fango. Una volta gli scontri politici erano durissimi, ma poi si trovava una sintesi perché c’era la consapevolezza del sangue versato durante la guerra e della necessità di ricostruire il Paese. Oggi, invece, troppo spesso chi parla non conosce la storia».

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Cecilia Colli

Novarese, giornalista professionista, ha lavorato per settimanali e tv. A La Voce di Novara ha il ruolo di direttore