In Italia la sostenibilità fa rima con bellezza, innovazione, coesione e cultura. Lo scriveva nei giorni scorsi Padre Fortunato, direttore della sala stampa del Sacro Convento di Assisi. Dal Papa alle Nazioni Unite all’Europa e persino alle grandi multinazionali della finanza e dell’industria, ormai si parla molto di sostenibilità. E non è affatto solo una moda. Ci sono tanti esempi concreti di ripensamento sui veri criteri che devono ispirare lo sviluppo, per una maggiore coesione sociale adesso e per un dovere di trasmettere un mondo anche ai posteri, senza drenare noi e adesso risorse disponibili per il futuro.

Ma tornando all’Italia, davvero potremmo essere il motore di un mondo migliore, all’interno di un’Europa disorientata che però non può rinunciare al suo ruolo. Chi ha saputo sviluppare un di più di cultura, bellezza e benessere, anziché essere presuntuosamente conservatore dovrebbe esserne diffusore instancabile. Altro che prima gli Italiani. Contrariamente a certo story telling terzomondista, spiace dirlo e non sia polemica sterile, da fuori Europa non giungono sempre esempi meravigliosi. Corruzione, diritti umani calpestati, ruolo femminile, inquinamento, incapacità  di creare benessere armonico per tutti: in giro per il mondo c’è tanto di bello ma anche tanto di brutto, ammettiamolo. E non è detto che sia tutta colpa della vecchia ed ammaccata Europa. Lo diceva con garbo anche Ernesto Galli della Loggia sul Corriere l’altro giorno.

Però in Italia e in Europa abbiamo bisogno di un bagno di orgoglio e di umiltà  al tempo stesso. Non saranno le nostre asfittiche PMI spesso piccole e modeste in tutti i sensi e non il grande capitalismo feudale a salvarci ed aiutare gli altri.  Nei consigli di amministrazione di troppe grandi e medie imprese , bancarie e non, si blatera di sostenibilità e di “fit&proper” per gli amministratori , ma poi si fanno scelte imbarazzanti sulle strategie, sui soldi, sui compensi, sulle tasse, ma anche banalmente sulle nomine….

La vergogna dell’evasione fiscale che fa il paio con l’imbarazzante nostra Pubblica Amministrazione, fiscale e giudiziaria in primis, non sono colpa della pandemia, neppure dell’Europa e neppure della mitica finanza anglosassone che tanto ci piace denunciare per assolvere i nostri piccoli e grandi sciur Brambilla di certo strapaese Italia. Tutta e solo colpa nostra, che non fa rima con sostenibilità e coesione sociale.

Speriamo che un periodo pasquale di prolungato e forzato riposo sia anche momento di autocritica e ripartenza.

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