Sexxx porn: l’immaginario erotico italiano dalla rivoluzione sessuale al digital porn

Chi vuole davvero capire come funzionano i social, dovrebbe fare ciò che ho fatto questa mattina per pochi secondi. Ho pubblicato un album di fotografie scattate ieri alla mostra “Sexxx Porn: l’immaginario erotico dalla rivoluzione sessuale al porno digitale”, aperta fino al 25 maggio prossimo alla Fabbrica del Vapore di Milano. Dopo aver scelto con accuratezza qualche immagine, che non turbasse “il comune senso del pudore”, l’implacabile algoritmo del social mi avvisava che stavo per violare “gli standard della comunità”.

Perché, sia chiaro a tutti, gli “standard della comunità” non vengono affatto violati se si inneggia al nazismo, ma vengono violati se si inserisce una immagine di due uomini che si baciano sulla bocca o di una donna senza reggiseno. Ma questo lo sapevo già. La violenza è sempre guardata con più accondiscendenza dell’eros. La mostra milanese, in sé non particolarmente originale, è non troppo diversa diversa da “Champs d’Amours, 100 ans de cinema arc-en-ciel”, che ho visitato lo scorso agosto all’Hotel de Ville a Parigi. Come in quella mostra anche qui pochi i materiali originali esposti, con una larga predominanza di locandine cinematografiche e di qualche testata dell’epoca, raccolte in maniera un po’ casuale. Uniche eccezioni, cinque o sei belle tavole originali di Eleuteri Serpieri, autore di “Druuna”, un altro paio di Crepax e di Franco Saudelli, tutte provenienti dalla collezione privata di Giampiero Mughini.

 

 

La tesi sostenuta è che la rivoluzione sessuale, la presa di coscienza politica, la liberazione della donna e la rappresentazione dell’erotismo andassero di pari passo, e questi mi sono sembrati accostamenti un po’ troppo semplici e semplicistici. Eppure che in Italia, dagli anni Cinquanta agli anni Settanta e oltre, l’atteggiamento verso queste tematiche fosse cambiato, era più che evidente. L’esposizione ripercorre le grandi tappe di questa grande rivoluzione del costume, focalizzandosi anche su grandi temi come il divorzio e l’aborto.

L’eros e la sua rappresentazione sembrano però scrivere una storia parallela, ma diversa. È fuor di dubbio che l’emancipazione civile e politica, soprattutto grazie al movimento femminista, abbiano giocato un ruolo importante nel cambiamento del costume, ma è certo, che le tematiche della rappresentazione dell’eros, confliggano con le rivendicazioni delle donne, troppo spesso mercificate, proprio a vantaggio del mercato del cinema hard, di pubblicazioni a stampa e di altro materiale di consumo.

Tuttavia la mostra suggerisce anche un percorso interpretativo originale: senza quelle lotte e quelle rivendicazioni non sarebbe nemmeno stato possibile un evidente cambiamento del costume e del gusto che, se ha prodotto “Giovannona coscia lunga” o i film goliardico-porno-soft di Lino Banfi, ha anche preparato il terreno per la nascita di capolavori come “Ultimo tango a Parigi” o le tavole di “Valentina“ di Guido Crepax. E adesso a che punto siamo? Se da un lato la rete offre tutto l’immaginabile, e anche l’inimmaginabile, dall’altro i social censurano immagini contestualizzate e di scarsissimo valenza trasgressiva. Questo è lo “stato dell’arte” e magari qualche valutazione andrebbe fatta…

P.S. Spero che l’immagine di Julian Beck e del suo “Living Theatre”, sia ancora di quelle ritenute lecite dalla “Nuova Censura Organizzata”.

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