I tempi sono cambiati e sono cambiati da tempo. Anche il capodanno è cambiato molto, ma non per via della pandemia; per me è cambiato da quando la Rai ha deciso di non trasmettere più in diretta il concerto di capodanno da Vienna. Ero abituato a salutare l’arrivo del nuovo anno con il concerto e non con le cose vecchie gettate dalla finestra, con i trenini e i mortaretti, che gli analfabeti chiamano “botti”. Mio padre esigeva che la televisione, alle ore tredici, fosse sintonizzata sul primo canale e che, in religioso silenzio, mentre si mettevano nello stomaco i ravioli in brodo, si ascoltasse Strauss (padre e figlio).

Una esigenza primaria, lontana anni luce dallo sbracamento dei “rapper” e dei “trapper”, dalle caciare in piazza e dalle luci al laser che sono andate a deturpare tutti i monumenti del mondo, dal Duomo di Milano alla Piramide di Pei al Louvre, segno inequivocabile di un involgarimento del gusto. E così i ravioli li ho sempre mangiati in compagnia di Claudio Abbado, Carlos Kleiber, Herbert Von Karajan, Zubin Metha, Lorin Maazel, Seiji Ozawa, Georges Prêtre, Daniel Barenboim, Riccardo Muti. Poi la Rai, per motivi di vile denaro, decise di non trasmettere più il concerto di capodanno e, in alternativa, mise in piedi un finto concerto di capodanno dal teatro La Fenice di Venezia.

Naturalmente non contesto affatto la qualità musicale del concerto de La Fenice, ma non si tratta dell’autentico concerto di capodanno, non c’è Strauss e, se ci fosse stato, non sarebbe stato lo Strauss di Vienna. Insomma è buona anche la colomba, ma a Natale si mangia il panettone. E il Neujahrskonzert è quello dei Wiener Philarmoniker nel Musikverein di Vienna. Non altro. E si deve anche concludere con “An der shönen blauen Donau”, col “Galopp” della polka veloce e la Radetzky-Marsch. Non ci sono cazzi che tengano. Da quando la Rai non ha più trasmesso il concerto, per me non è stato più capodanno.

Ieri alla Rai, travolta dalla pandemia, hanno pensato bene di metterci una toppa, trasmettendo il concerto su Rai Due in differita: penoso, patetico, quasi ridicolo, visto che alla diretta da Vienna erano collegati novanta paesi di tutto il mondo. Una figura da miserabili, per un paese che sforna capitali della cultura a profusione e che sulla cultura fa un sacco di chiacchiere e pochi fatti. A maggior ragione questa volta che ,a dirigere i “Wiener”, sul podio c’era Riccardo Muti.

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