Chiara Alessi scrive la storia del design

Se sotto il titolo di “Also Sprach Zarathustra” di Friedrich Nietzsche c’è scritto “Un libro per tutti e per nessuno”, sotto al libro di Chiara Alessi potrebbe esserci scritto “Un libro per tutti” nel senso più nobile. L’elegante volumetto edito da Longanesi e corredato dai sobri e delicati disegni di Paolo D’Altan, tratta di quotidianità e “devozioni domestiche”, se mi è consentita la citazione brechtiana (penso di sì, visto che Brecht ormai lo cita anche Giorgia Meloni).

Chiara Alessi potremmo chiamarla “divulgatrice del design” e non credo si offenderebbe.  Il libro tratta delle descrizioni tecniche, estetiche e sentimentali di 64 oggetti di design che hanno popolato e,  in molti casi, continuano a popolare le nostre vite. Non storcete il naso prima di leggerlo perché questo non è affatto “il solito” volumone sul design,  dove si tratta spesso di concetti astrusi o di eccentricità chic. “Tante Care Cose” è una cavalcata entusiasmante attraverso cose, scritte, confezioni, attrezzi che ci hanno permesso di rendere la vita quotidiana una faccenda anche intellettiva.

 

 

Come ricorda Sartre nella citazione che ne fa l’autrice “possedere delle cose significa possedere un passato” e questo passato scorre amabilmente in queste belle pagine, a cominciare da quello più remoto per molti di noi, quando la Olivetti, con grande acume, utilizzava le donne per pubblicizzare le sue macchine da scrivere, uno dei tanti “prodotti” raccontati in questo libro. Si scoprono tante cose interessanti, almeno per chi ha sempre guardato al “reale” con un certo interesse, se non proprio come luogo del poetico.

Chi sapeva che la lavatrice “Candy” deve il suo nome ai versi di una canzone di Nat King Cole? Le presero a prestito le Officine Meccaniche Eden Fumagalli e utilizzarono il termine “Candy” per il lancio in  grande stile nel 1959 della lavatrice creata da di Pietro Geranzani. Chi si è mai curato del fatto che Alfonso Bialetti inventò nel 1933 una macchinetta di cui nessuno di noi ha mai potuto fare  a meno? Era la Moka, trasformata poi dal figlio Renato, il famoso omino coi baffi era proprio lui, negli anni Cinquanta.

Tante, tantissime storie affascinanti di oggetti immortali e anche di qualche architettura come quella inconfondibile dell’Autogrill, inventato dal novarese Mario Pavesi, figlio di un panettiere. Sì, c’è anche molta Novara e il suo territorio in questo libro di Chiara Alessi (e forse non poteva che essere così). C’è la storia della bottiglietta e del marchio Campari (bevanda che ebbe i natali a Novara), c’è il lago d’Orta con il suo “design District”, prima che esistesse il “Fuorisalone”, c’è Enzo Mari, “designer marxista” (celeberrimo il suo calendario perpetuo “Timor”), ma anche la mostra sul marchio “Rinascente” alla Triennale che vede tra i curatori Vittorio Gregotti e poi c’è  “Juicy Salif”(lo spremi agrumi a forma di ragno), del parigino-omegnese Philippe Starck.

Ma fatta questa digressione celebrativa del genius-loci, occorre ricordare che l’affascinante  racconto-catalogo di Chiara, tocca tantissimi ambiti della nostra “cultura del quotidiano”. Leggendolo ci si rende conto di quale eredità  il design italiano abbia lasciato al patrimonio materiale del mondo. Mi piace ricordare il capitolo dedicato ad Elio Fiorucci, che inventò l’idea stessa di “concept-store” o l’esemplare lettering di Bob Noorda e la formidabile ed ineguagliato visual design della Metropolitana Milanese di Franco Albini e Franca Helg (poi assassinato dalla cultura “assessoriale” dei nostri miserabili giorni).

Da queste pagine passano tutte le emozioni visive  (e anche qualche mito) della nostra esperienza quotidiana e Chiara Alessi si conferma essere un’eccezionale divulgatrice del verbo con l’utilizzo di una  scrittura vivace, ironica e “chiara” (come la sua autrice), con qualche punta di genialità creativa anche nei titoli: “Un Danese a Milano”, con riferimento al celebre studio creativo milanese, “Algol Test” un dialogo immaginario che allude al nome del celeberrimo televisore Brionvega disegnato da Richard Sapper, “Una S che comincia per E” per raccontare la storia del logo “Esselunga”. Da leggere subito o tra poco, libro destinato a non invecchiare, come gli oggetti di cui racconta.

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