Moti umani, allo spazio nòva l’installazione sonora di Marzio Zorio

L'artista torinese propone sino al 22 aprile nello spazio dell'ex caserma Passalacqua il suo ultimo lavoro, attraverso il quale prosegue una sua personale ricerca nel mondo della scrittura e della comunicazione

Sino al 22 aprile (dal lunedì al sabato, orario dalle 17 alle 19, con ingresso libero muniti di green pass e mascherina), si può visitare negli spazi di nòva presso l’ex caserma Passalacqua l’istallazione dell’artista torinese Marzio Zorio dal titolo Moti umani. L’iniziativa è curata da Oltre le quinte e nòva nell’ambito del Festival nòva on.


Di formazione autodidatta (ha infatti studiato presso il Politecnico del capoluogo piemontese, «ma non arte», come ha voluto precisare), Zorio presenta un originale lavoro-macchinario con il quale si possono captare i suoni percepiti dall’orecchio umano, per poi essere trascritti attraverso un pennino su una lunga striscia di carta.


In linea di principio ci si vuole rifare al classico sismografo, ma anziché rilevare le vibrazioni emesse dal terreno (le oscillazioni terrestri, quella a noi quasi impercettibili), capta i suoni riprodotti da un altoparlante impegnato a riprodurre una precedente registrazione e gli stessi, integrati con i rumori (voci e altro) del pubblico presente in quel momento, tramite un sistema di rocchetti che fanno scorrere il nastro di carta, li converte simultaneamente in forma grafica sulla striscia di carta che viene poi avvolto in una piccola bobina.


Il titolo dell’installazione, “Moti umani”, non è casuale: da un lato vuole “strizzare” l’occhio ai sismografi veri, e quindi ai fenomeni tellurici, ma il contenuto sonoro risulta essere un montaggio di manifestazioni in diretta, dove i rumori sono originati da gruppi di persone. Le onde trascritte sulla striscia di carta, come ha voluto spiegare l’artista, «sono il frutto dell’impatto provocato dagli stessi spettatori con il proprio suono».


Una “diretta” che si sovrappone a una “base” registrata in precedenza, dicevamo, che propone anche discorsi storici, «ma sempre di fronte a un pubblico. Perché ci sono tante chiavi di lettura – dice ancora Zorio – Questo lavoro ci vuole ricordare l’impatto che abbiamo come specie su questo pianeta. Non in senso ecologista, ma piuttosto come riusciamo a determinare il nostro presente e il nostro futuro. Un’altra cosa è quella legata alla scrittura come tecnologia. L’uomo, attraverso l’invenzione dell’alfebeto fonetico, ha cercato di riprodurre un suono, anche se non vi è riuscito nella sua totalità. Il timbro, l’intenzione di un oratore sono difficili da trascrivere. Il paradosso nelle forme di comunicazione moderna è rappresentato dalle “emoticons” per definire uno stato d’animo. Teoricamente dalla trascrizione si può intuire il timbro. Questo cu può aiutare, dalla parola alla grafia, senza passare dall’alfabeto».


Marzio Zorio, che in passato ha già sperimentato suoi lavori sul tema della scrittura e il suono, colloca questo lavoro in uno spazio temporale indefinito. Tra passato (le tracce audio di eventi precedenti), il presente (la trascrizione sul momento) e il futuro, rappresentato da un archivio come testimonianza da consegnare ai posteri, rappresentato da tante piccole bobine conservate su un vicino tavolino. Nell’era dei file e delle banche dati elettroniche ci sarà allora posto ancora per i rotilini di carta?

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Luca Mattioli

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