Nuovo quartiere all’ex campo Tav. Il vice sindaco Caressa: «Non sarà un ghetto»

Nuovo quartiere all’ex campo Tav. Il vice sindaco Caressa: «Non sarà un ghetto». L’annuncio è del vice primo cittadino e assessore alle Politiche sociali Franco Caressa a margine dell’ultima commissione consiliare.

L’ex Campo Tav, ex villaggio operaio dell’alta velocità, è una delle delle realtà sociali più complesse della città. Voluta nel 2010 dell’amministrazione Giordano, cresciuta a dismisura per alcuni anni con oltre cinquecento persone rimaste senza casa. Attualmente è occupato da un’ottantina di persone, circa venti nuclei famigliari con quaranta minori; la maggior parte sono stranieri maghrebini, curdi e provenienti dalla Costa d’Avorio. A loro si aggiunge una cinquantina di occupanti del dormitorio, tra cui qualche italiano oltre a un paio di famiglie con una decina di minori.

Il progetto di riqualificazione è stato inserito dal Comune di Novara tra quelli potenzialmente finanziabili con il Recovery Plan. Una proposta da 45 milioni di euro che coinvolge il dormitorio, le casette e i locali che ospitano gli uffici della polizia locale.

 

 

Caressa ha sempre smentito il fatto che il campo Tav fosse, nelle volontà dell’amministrazione comunale, una soluzione definitiva: «Quell’area accoglie le persone in emergenza, l’obiettivo è quello di poter dare a tutti un’abitazione dignitosa, a maggior ragione se ci sono dei minori» dichiara a La Voce il 6 gennaio di quest’anno.

Ora c’è un’idea progettuale: «Creare un nuovo quartiere, un nuovo edificio per il dormitorio e migliorare gli attuali bilocali di edilizia sociale creando anche spazi comuni con l’introduzione di esercizi commerciali di prima necessità, parchetti, impianti sportivi e un servizio di trasporto pubblico dedicato. Nella proposta è inserito anche il rifacimento della palazzina vigili che sarà anche la nuova sede della protezione civile».

L’assessore inoltre garantisce: «Non sarà un ghetto perchè l’obiettivo è quello di mettere in atto una rigenerazione edilizia e sociale con l’apertura degli spazi e inserendo l’area in un contesto più ampio».

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