Danila Finzi, presidente di Avo Novara, è una delle voci del volontariato ospedaliero premiato tra i Novaresi dell’anno che saranno premiati il 20 gennaio all’Arengo del Broletto. Un riconoscimento che racconta il lavoro quotidiano dei volontari in corsia, ma anche l’evoluzione dell’associazione negli anni: dal prima del Covid alla pandemia, fino alla ripartenza con nuove modalità e nuovi progetti.
«Per me è un momento davvero bello, con me stessa e con tutta l’associazione – afferma -. Dopo che è mancata la mia mamma, che avevo assistito, con Avo ho potuto ritrovare il ruolo di caregiver. In realtà quel ruolo l’ho iniziato molto presto: già quando andavo ancora a scuola, andavo a dare il pranzo ai bambini psichiatrici».
«Sono in associazione dal 2010 – racconta -. Ho fatto tre mandati da presidente, poi mi sono fermata e sono stata rieletta nel 2024. Questo ruolo l’ho “ereditato” da Adriana Patrioli, che per me resta la mia presidente. Quando ho iniziato eravamo circa 200 volontari, addirittura due per turno. Oggi siamo in 70, ma noi non puntiamo sulla quantità: puntiamo sulla persona. E non solo su quelle che incontriamo in ospedale, ma anche sui volontari: devono sapere cosa stanno facendo nel momento in cui indossano il camice azzurro e cosa smettono di fare nel momento in cui lo tolgono».
«Prima del Covid eravamo presenti in 22 reparti dell’ospedale Maggiore – aggiunge la presidente -. Durante la pandemia abbiamo cambiato tutto: i volontari hanno fatto assistenza nei centri vaccinali, tenevano compagnia per telefono alle persone sole, svolgevano attività a distanza. Dopo il Covid le cose sono un po’ cambiate: oggi siamo in otto reparti, oltre che negli ambulatori».
Ora l’associazione guarda avanti. «Abbiamo in programma un progetto con Upo, già avviato in via sperimentale nel 2019 e ora riorganizzato in modo diverso – spiega Finzi -. Vogliamo coinvolgere gli studenti di Medicina, di qualsiasi anno, come volontari dell’associazione. Chi l’ha fatto ci ha riportato un’esperienza formativa davvero importante, perché il lato umano del lavoro del medico lo impari solo a contatto con i pazienti».







