Damien Hirst: “Cerisiers En Fleur”

vevo prenotato la mostra prima di partire per Parigi, ma senza troppa convinzione. Trattandosi di Damien Hirst e, conoscendo la sua produzione artistica, Mo chiedevo quale bizzarria avesse architettato per far parlare ancora di sé. Dopo essere diventato gallerista (ricordiamo che è di sua proprietà la Newport Street Gallery di Londra), ed aver esposto la produzione più recente del suo amico Jeff Koons, pensavo che fossero venute meno molte frecce alla sua faretra. E invece appena ho visto spuntare, sul Boulevard Raspail il gigantesco manifesto della mostra ospitata nella “Fondation Cartier pour l’Art Contemporaine”, ho intuito che quel diavolo di Damien, l’avesse davvero combinata grossa. E la rivelazione si manifesta appena entrati nella grande sala espositiva del piano terra dalle pareti di cristallo che lasciano intravedere la “nature sauvage” del giardino della Fondation.

Le gigantesche tele che riproducono ciliegi in fiore, e null’altro, lasciano esterrefatti. Ma quando dopo la visione d’insieme ci si avvicina alle tele, la deflagrante intensità dei colori e la quasi “pornografica” materia pittorica, eccitano le menti, come poche volte accade alla vista di una tela dipinta. Una materia pastosa, una lava pittorica, colori accecanti nella loro matericità. Se nella visione d’insieme, sia nella sala superiore “en plein air”, sia in quella inferiore completamente illuminata da luce artificiale, i trenta giganteschi quadri possono dare l’impressione di una certa uniformità, è quando ci si avvicina alla tela che si scopre un mondo fatto di esplosioni di colore che vanno a comporre un giardino delle meraviglie.

Per tre anni Damien Hirst ha lavorato su più tele contemporaneamente e, anche qui a causa (o per merito) della pandemia, è tornato a contemplare e a lavorare all’interno del suo atelier. Hirst afferma che ha voluto creare tele così grandi per dar modo al visitatore di perdersi all’interno della tela stessa. Guardando da lontano e da vicino le tele di Hirst, è estremamente difficile non lasciar correre il pensiero alle tematiche formali e sostanziali dell’Impressionismo, ed è anche difficile non pensare ad un impressionista in particolare : mi sto ovviamente riferendo a Claude Monet e alle sue ninfee. E se vogliamo essere più audaci, è quasi impossibile entrare alla Fondation Cartier senza pensare di entrare all’Orangerie, una Orangerie del XXI secolo, non ellittica ma quadrata, con un fascino molto, molto simile.

Potrei intitolare questo post “Il ritorno della pittura a Parigi”, ma non sarebbe originalissimo poiché la pittura, cioè quella cosa fatta con tela, pennelli e colori, a Parigi (ma anche a Londra, New York, Bejin) sta ritornando già da qualche tempo. Lo vedremo anche in un prossimo pezzo sulla strabiliante Collection Pinault alla Bourse de Commerce. Anche Damien Hirst dopo tante peregrinazioni nei “concetti” e nelle installazioni, torna da dove era partito, davanti a un cavalletto immaginario. Era passato da Parigi nel lontano 1990 alla Galerie Emmanuel Perrotin, una delle più importanti della capitale, ed eccolo ritornare questa volta in una sede espositiva di grande prestigio come la Fondation Cartier. La mostra è aperta fino al gennaio 2022 (e vale una scappata a Parigi).

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