“Bacteria Photograph” si compone di dodici fotografie di batteri. È risaputo che qualcosa visto da molto lontano risulti essere molto diverso da qualcosa visto da molto vicino. Si tratta di una delle opere di Anicka Yi, esposte nella mostra al Pirelli Hangar Bicocca di Milano fino al 24 luglio prossimo. L’artista coreana che vive a New York, è certamente una delle più originali e radicali nel panorama dell’arte contemporanea. La sua opera è, in realtà, frutto di una collaborazione fitta con scienziati, architetti, biologi e perfino profumieri. Il suo fine sembra essere la messa in evidenza della bellezza, all’interno di complessi ecosistemi, superando, a suo dire, una distinzione tra piante, animali, microrganismi e macchine. “Metaspore”, questo il titolo della mostra di Milano, è la prima esposizione personale dell’artista in una istituzione italiana (e speriamo non l’ultima).

Quello della ibridazione tra macchine ed esseri viventi pare essere un terreno fertile, ricordiamo che allo “Shed” dell’Hangar fu anche ospitata “A Leav-Shaped Animal Drawn the Hand” di Daniel Steegmann Mangrané, del quale scrissi tempo fa e che operava su tematiche molto simili. “Metaspore” è una antologia dei lavori dal 2010 ad oggi, dove Anicka Yi esterna tutto l’interesse per le forme di “intelligenza” non umana: “Rifletto sul modo in cui i corpi, identità ed intelligenze vengono metabolizzate nei sistemi, ma anche su come potremmo volontariamente metabolizzare noi stessi in questi sistemi”, afferma l’artista, e a questo proposito ecco “Skype Seawater”, opera seminale, come la definisce l’autrice: si tratta di una sorte di paracadute mosso da ventilatori che crea un volume mobile.

Su appositi supporti ecco una borsa “Longchamp” con all’interno interiora di vacca e gel per capelli e una teca di vetro con una busta di plastica fritta in tempura. Astrusità? Mostruosità? In realtà una riflessione profonda su quello che potremmo chiamare, parafrasando un celebre saggio del filosofo Mario Perniola, “Il sex-appeal” dell’organico. Anzi, per meglio dire, è proprio questo rapporto tra organico ed inorganico a definire il lavoro di Anicka Yi. In maniera ancora più essenziale e senza alcuna concessione apparente all’estetica, questo rapporto è presente in “Auras, Orgasm and Nervous ; si tratta di una stanza bianca piastrellata al cui interno, negli angoli, muffe e residui di umidità, generano altre muffe favorite dall’introduzione di oli che penetrano da tre punti dell’installazione. Anche qui un ambiente-corpo generatore di vita e di vite esteticamente individuabili.

Tra le opere esteticamente più godibili, ecco “Biologizing the Machine”, già presentata alla Biennale del 2019, costituita da sette teche rettangolari in metallo contenenti un microsistema composto da batteri provenienti dal suolo e da alghe. I batteri, crescendo, generano composizioni che sembrano appartenere all’espressionismo astratto e che si modificano nel tempo, un’idea non certo nuova (quella di un’opera che si evolve nel tempo), ma originale dal punto di vista di una creazione artistica involontaria che germina direttamente da processi di riproduzione o di decomposizione. Anche “Shameplex” risponde ad un processo analogo: si tratta di sette vasche, simili ad acquari, riempite con un gel di colore verde fluorescente che reagisce agli ultrasuoni e alla luce, facendo ossidare piccole batterie di spilli che assumono una colorazione ruggine disegnando forme aliene.

Meno inquietanti, pur nel loro aspetto vagamente “ernstiano”, sono le sei sfere di “Releasing the Human from the Human”, sorta di lanterne cinesi che emano una luce giallo-verdognola e al cui interno si muovono simil-insetti “animatronici” paragonabili a coleotteri, generando un effetto-disturbo molto simile alla interferenza naturale di una falena. Ma qual è il senso generale di tutte queste opere e delle molte altre che sono state esposte nello “Shed” dell’Hangar? E’ la domanda più ovvia che potrebbe porsi il visitatore.

Il discorso porterebbe molto lontano, ma sopratutto dovrebbe partire da molto lontano. Allora opterei per un consiglio: non avvicinatevi mai all’arte cercando la “bellezza”, perché l’arte, quella contemporanea, ma anche quella del passato, non è una semplice ricerca della bellezza. Senza arrivare alle conclusioni di Karl Rosenkranz e della sua “Estetica del brutto”, possiamo ben dire che l’arte è invece una ricerca di “senso”. Con questi presupposti ci si può accostare anche a mostre sorprendenti come questa, partendo non già da una “spiegazione”, ma da una osservazione, un po’ lo stesso presupposto che vale per la ricerca scientifica, a cui Anicka Yi è particolarmente legata.

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Mario Grella

Mario Grella

Nato a Novara, vissuto mentalmente a Parigi, continua a credere che la vita reale sia un ottimo surrogato del web.

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