Alessandro Carrera: “La voce di Bob Dylan”

Sintetizzare o commentare un libro ciclopico è un esercizio vano, poiché un post altrettanto ciclopico non servirebbe a nulla e certo non potrebbe sostituire la lettura di questo tomo fondamentale per la comprensione di un monumento vivente della storia della musica quale è Bob Dylan. E allora, cercando di essere parchi e misurati, vi dirò che, se non leggerete questo libro, difficilmente potrete avere la misura esatta della complessità del menestrello di Duluth. Del resto il suo autore, Alessandro Carrera non è nuovo a simili imprese: vale la pena ricordare le traduzioni di tutti i testi di Bob Dylan in più volumi, editi qualche anno fa sempre per Feltrinelli. Bastava leggere quei volumi di testi, ma soprattutto le note (che occupano ben più dei testi stessi della canzoni), per rendersi conto che ogni parola scritta da Mr. Zimmerman è una piccola monade,  in un universo di riferimenti di estrema complessità. Questo libro non fa che confermare quei riferimenti con l’aggiunta che si tratta di una magnifica narrazione, che oltre coinvolgere la poesia dylaniana, racconta fatti, relazioni, aneddoti e riporta interviste, dichiarazioni e discorsi che Carrera ha “confezionato” con ineguagliabile rigore, precisione e logica.

C’è una tesi di fondo sostenuta da Carrera nel libro e se posso permettermi l’azzardo, questa tesi potrebbe identificarsi con il titolo di una recente canzone di Dylan ovvero “I contain multitude”; in fondo di questo scrive Carrera con ineguagliabile capacità di approfondimento. Un’analisi di quasi maniacale cura filologica, canzone per canzone, verso per verso. E quello che ne esce è una gigantesca tela di intrecci, riferimenti, relazioni. Un interscambio continuo, un interscambio e non plagi, come ricorda l’autore, con i grandi blues della storia americana, con grandi poeti, con la grande letteratura. Inutile qui citare tutti i riferimenti, inutile e impossibile e per rendersene conto basta dare un’occhiata agli impressionanti apparati alla fine del volume. Questa analisi profonda e scevra da qualsiasi aprioristico giudizio, ci restituisce la figura di un artista che ha fatto delle contraddizioni, (comprese quelle esistenziali come le varie conversioni religiose) e della capacità di inglobarle, un’arte, la sua arte. Dylan contiene moltitudini, come dice il titolo della canzone del 2020, Dylan è il menestrello country che muta in continuazione fino ad inglobare in sé il rock, trasformarlo in blues e farne poesia.

Dylan è un poeta? È una domanda a cui Carrera non risponde, non per chissà quale imbarazzo intellettuale, ma perché posta in questi termini la domanda è priva di senso. Dylan ha fatto della poesia con la sua musica e con la sua musica ha fatto poesia, per usare un chiasmo. Musica e poesia però non sono tutto, la sua arte superba è fatta soprattutto dalla voce, dalla Voce con la “V” maiuscola. È il suo modulare, il suo biascicare, il suo enunciare con attacchi gnomici il senso di una canzone, che lega indissolubilmente testo e musica. “…Ah soltanto esser solo una voce…” diceva Carmelo Bene e nulla si adatta meglio alle pagine di Alessandro Carrera sull’unicità della voce di Dylan. “Forse è un errore volerlo comprendere troppo; fondamentalmente era un analogista a sfondo religioso, che non avrebbe scritto un rigo se davvero si fosse chiarito razionalmente. In ciò Dylan fu veramente ‘moderno’ in tutti i sensi, buoni e meno buoni, e chi lo ama non lo vorrebbe diverso”. Queste sono le parole di Eugenio Montale, ma parla di Dylan Thomas, poeta dal quale Mr. Zimmerman mutò probabilmente il “nom de plume”, ma vanno bene lo stesso come ricorda Alessandro Carrera in chiusura del poderoso volume.

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