Nasce a Novara lo studio “Flamin-go” che cura l’artrite reumatoide con metodo personalizzato

Lo studio che cura l’artrite reumatoide con metodo personalizzato è un’eccellenza tutta novarese. Si chiama “Flamin-go” (letteralmente inteso come infiammazione che va via) è nato dalla brillante intuizione della professoressa Annalisa Ciocchetti, docente di Immunologia all’Università del Piemonte Orientale. L’artrite reumatoide è una malattia infiammatoria cronica autoimmune che in Italia colpisce oltre 400 mila persone, in Europa circa 2 milioni e 900 mila pazienti; è caratterizzata da un’infiammazione cronica della membrana che consente il corretto funzionamento delle articolazioni. Il progetto è stato premiato nel programma Horizon 2020 con un finanziamento della Comunità Europea di 6 milioni di euro.

«Lo studio è nato nel 2002 da un gruppo di medici che si sono riuniti lavorare insieme sulle malattie autoimmuni – racconta la professoressa Ciocchetti -. Nel corso degli anni abbiamo ricevuto numerosi finanziamenti tanto che nel 2018 abbiamo potuto trasferire ufficialmente il laboratorio a Ipazia (Il Caad, Centro per la Ricerca Traslazionale sulle Malattie Autoimmuni ed Allergiche) e nel 2020 è arrivato questo importantissimo finanziamento. L’obiettivo è quello dell’approccio personalizzato sul paziente: l’artrite reumatoide, infatti, è uan malattia che non se non viene curata adeguatamente può portare alla disabilità; ha la caratteristica di essere molto eterogenea, per questo motivo esistono numerosi farmaci che però sono efficaci solo su alcuni pazienti. La sperimentazione, duqnue, consiste nel prendere le cellule dei singoli, metterla su un chip e ricostruire in cvitro una piccola articolazione così da fornire trattamenti su misura per ogni paziente affetto da questa malattia. Dalla data del prelievo contiamo di ottenere la cura in un mese».

 

 

Una vera e propria rivoluzione nel trattamento che vede al lavoro un team internazionale di ricercatori di nove Paesi europei e che coinvolge diverse strutture pubbliche e private, guidate dall’Università del Piemonte Orientale, tra cui l’Istituto di nanotecnologia del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr Nanotec) di Lecce, la Queen Mary University di Londra, il Max Planck Institute e l’AO Foundation svizzera e aziende high-tech tra le quali Trustech, Fluidigm, Enginsoft and regenHU.

«Ci attendono ancora quattro anni di ricerca – prosegue la professoressa -. Il nostro obiettivo è quello di poter utilizzare questo nuovo approccio nei ospedali di tutto il mondo. Con me nel laboratorio di Ipazia ci sono i reumatologi Pierpaolo Sainaghi e Mattia Bellan e gli ortopedici Massimliano Leigheb e Federico Grassi oltre ai ricercatori Lia Rimondini e Giuseppe Cappellano».

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