Mercato dell’arte: un settore che dovrebbe essere migliorato con adeguati interventi legislativi

L'argomento è stato affrontato nel corso dell'ultima conferenza dell'associazione culturale Protagonisti insieme con l'intervento di diversi esperti nel settore, tra artisti, gallerie e case d'asta

Quando si parla arte si pensa subito al fatto che oltre la metà del suo patrimonio mondiale sia presente nel nostro Paese. In realtà in questo settore l’Italia non recita un ruolo di primo piano e gli operatori del devono in prima battuta districarsi in anche penalizzanti normative, per non parlare degli artisti e degli stessi collezionisti. Chi investe in arte in altri Paesi può ottenere agevolazioni fiscali, da noi paradossalmente può essere addirittura additato come un “ricco evasore”.


L’arte, con tutti i suoi risvolti economici, è stato oggetto dell’ultima conferenza organizzata dall’associazione Protagonisti insieme, che ha visto l’intervento di qualificati esperti di tutti i “rami” del settore. Moderati dal presidente dell’associazione Marco Tolotti, ha inizialmente preso la parola il cattedratico Paolo Turati, che da operatore finanziario ma anche di grande appassionato ha ricordato appunto come, al di là del patrimonio artistico mondiale detenuto dal nostro Paese, il suo mercato rappresenti al tempo stesso solamente l’1% di un volume complessivo che dà lavoro a tre milioni di persone (dove la parte del leone la recitano Stati Uniti, Cina e Gran Bretagna): «Un mercato estremamente inefficiente, anche se presenta margini di miglioramento – ha detto tra l’altro – tenendo conto di una particolare concentrazione dell’attività, cosa che fa sì che la metà del fatturato sia concentrato nell’1% degli artisti». Pur avendo nomi interessanti, secondo Turati l’Italia “paga” il suo unico e ineguagliabile passato: «Per buona parte del pianeta l’Italia continua a essere Leonardo, Michelangelo, Raffaello… Siamo fermi al Rinascimento e alla Cappella Sistina», mentre il mondo è andato avanti, negli ultimi trent’anni è cresciuto il “contemporaneo” (passato dall’1% a quasi la metà), mentre l’impressionismo e il moderno è ormai stato quasi tutto musealizzato.


La realtà di chi “produce” è stata illustrata dall’artista trentino Luca Coser, mentre il fronte dell’offerta è stato presentato da un imprenditore come Valerio Tirelli, che ha recentemente aperto in città un nuovo spazio come la galleria “Uma”, e Vanessa Carioggia, titolare della casa d’aste torinese “Sant’Agostino”. Entrambi hanno portato la loro personale esperienza, con dei distinguo: «A differenza di una galleria – ha infatti spiegato Carioggia – impegnata nel cosiddetto primo mercato, noi facciamo un altro tipo di lavoro, recitando un ruolo di intermediario fra chi vuole vendere e chi comprare. Ogni asta rappresenta un progetto a sé, con tipologie che spaziano dai quadri, alle sculture (meno richieste); ma anche design (qui l’Italia si distingue), antiquariato (settore in forte difficoltà), gioielleria e automobili. Purtroppo oggi, a meno che non sei una grande casa d’aste e allora imponi tu il mercato, sei costretta ad adeguarti».

Tutto il settore, in sostanza, anch’esso uscito a fatica dall’emergenza pandemica, sta faticosamente riprendendo, ma anche qui servirebbero miglioramenti e adeguati interventi da parte del legislatore.

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Luca Mattioli

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