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Lo scavo di Biandrate restituisce reperti del Neolitico

Si è ufficialmente chiusa l'attività di scavo all'interno del sito archeologico. Più di un anno e mezzo di lavoro sul campo, che ha portato alla luce importanti novità sulla storia del territorio novarese, ma non solo

Si è ufficialmente chiusa l’attività di scavo all’interno del sito archeologico di Biandrate: più di un anno e mezzo di lavoro sul campo, che ha portato alla luce importanti novità sulla storia del territorio novarese, ma non solo. Una serie di interessanti ritrovamenti ha infatti permesso di fissare le prime tracce di vita in quest’area al periodo neolitico. Le lancette della prima presenza umana nella pianura novarese si spostano così indietro di secoli e secoli, fino alla Preistoria. A confermarlo le quattro asce in pietra, ritrovate pochi mesi dopo l’inizio delle attività di scavo, a cui ora si aggiungono delle stratigrafie più antiche e un complesso di una decina di statuette, una delle quali è rimasta intatta per ben 6.000-7.000 anni.

 

 

Il villaggio romano abitato dalla fine del I secolo a.C. fino al V secolo d.C.
I lavori sullo scavo, affidati alla Ft studio Srl con sede a Peveragno (CN), erano partiti a inizio giugno 2018 e sono definitivamente terminati nella giornata di venerdì 31 gennaio 2019. L’attività è partita con l’obiettivo di indagare un insediamento romano, le cui tracce di presenza erano affiorate durante i lavori per la costruzione della linea ferroviaria ad Alta Velocità Torino-Milano. Durante i lavori gli archeologi hanno rinvenuto 4 asce in pietra del Neolitico e successivamente, indagini approfondite in un’altra area dello scavo, hanno portato alla luce degli «elementi che indicavano la presenza di stratigrafie risalenti alla Preistoria neolitica: un’assoluta novità in contesto di pianura – sottolineano le responsabili del coordinamento scientifico del progetto Francesca Garanzini e Lucia Mordeglia, funzionarie della Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Biella, Novara, Vco e Vercelli, diretta da Antonella Ranaldi – Sinora, infatti, la presenza umana in epoca preistorica era stata accertata a partire dalle aree collinari verso la Valsesia».

Tali risultanze hanno quindi portato gli archeologi a indagare su due linee temporali. In primis «è stato completamente riportato alla luce l’insediamento romano, che risulta essere stato abitato a lungo e in maniera stabile, a partire dalla fine del I secolo a.C. fino al V secolo d.C.». L’insediamento è composto da due complessi risalenti a due epoche diverse. La fase più antica è costituita da un edificio di grandi dimensioni, probabilmente utilizzato come magazzino. L’ipotesi è che questa costruzione di cui sono ancora visibili le fondazioni, sia stata demolita del tutto dopo la sua dismissione. In un periodo successivo, è poi stato edificato un complesso più articolato, costituito da vari ambienti di piccole dimensioni distribuiti lungo un asse nord-sud, in parte aventi anche funzione residenziale.

Tracce dal Neolitico nel sottosuolo, che nascondeva 10 statuine
Successivamente le attività di scavo si sono concentrate in un’area più ristretta, dove la conformazione del terreno faceva fortemente presumere che il sottosuolo nascondesse tracce ancora più antiche. «Sono infatti emersi strati e riempimenti, non solo materiali sporadici, databili al Neolitico. Ed è proprio in quest’area che è stata ritrovata una decina di statuine, una delle quali giunta a noi perfettamente integra, in posizione seduta e con i tratti del volto visibili – spiegano le due funzionarie della Soprintendenza – Databile attorno al V millennio a.C., rappresenta un reperto sicuramente eccezionale, non solo perché è arrivata a noi perfettamente integra. Possiamo dire che l’intero ritrovamento, assume un grande valore sia per la sua localizzazione geografica, sinora inedita, sia per la quantità degli oggetti recuperati. Le origini e i modelli per questi manufatti vanno ricercati nei siti neolitici dell’area balcanica e greca: infatti, se diverse statuette sono già note in contesti neolitici soprattutto nel sud Italia, ma in generale lungo tutta la costa adriatica, sino a oggi precedenti in tal senso si fermavano per il nord Italia all’area parmense con uno o poco più esemplari, con la significativa eccezione di Ponteghiara (PR), con più di 80 oggetti recuperati. Gli oltre 10 manufatti di Biandrate costituiscono, pertanto, un complesso particolarmente consistente, che muta notevolmente il quadro delle attestazioni sulla diffusione geografica di questa tipologia di oggetti. Anche per questo tale scoperta sarà inserita nel notiziario ufficiale della Soprintendenza, per darle diffusione scientifica a livello nazionale. Ma certamente susciterà l’interesse degli studiosi anche oltre i confini italiani».

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La storia continua: valorizzazione, divulgazione e uso di nuove tecnologie
«Abbiamo creduto sin dall’inizio in questo progetto, su cui siamo al lavoro da prima del 2015 – commentano il sindaco Luciano Pigat e il coordinatore del gruppo di lavoro comunale Gabrio Mambrini – Questa nuova e ulteriore scoperta inattesa rappresenta per noi un grande motivo di soddisfazione e d’orgoglio, anche per l’interesse che è destinata a suscitare sul nostro territorio. Da parte nostra continueremo a operare perché, parallelamente alla diffusione in ambito scientifico, possa continuare anche l’attività divulgativa ai cittadini, già avviata con gli Open day sullo scavo e con i laboratori didattici nell’istituto comprensivo di Biandrate. Abbiamo già in programma di promuovere altre iniziative per la valorizzazione di questa nuova e importante pagina storica che si sta scrivendo su questo territorio, coinvolgendo la popolazione e le scuole, anche con l’utilizzo delle nuove tecnologie».

In tal senso hanno già iniziato a operare anche gli archeologi che hanno lavorato sul cantiere. «All’attività più manuale si è affiancata quella di raccolta di documentazione grafica e fotografica, utile per la modellizzazione 3D dello scavo e dei reperti, anche per questo il nostro team di archeologi è stato affiancato da un architetto e da un topografo, che hanno effettuato dei rilievi con drone – spiega l’ archeologa responsabile del cantiere Valentina Cabiale di Ft studio Srl – Lavorare su questo scavo è stato molto interessante e stimolante per noi: eravamo partiti con l’idea di trovare evidenze di epoca romana, ma col passare del tempo sono comparse anche queste importanti tracce neolitiche, che hanno quindi progressivamente esteso l’area d’indagine e protratto la nostra presenza sullo scavo». Il cantiere è ormai chiuso, ma la storia continua.

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