«Dieci giorni per il tampone, ma nessuno spiega il perché»

«Dieci giorni prima di fare il tampone, ma nessuno spiega il perché. Solo alla fine di questa attesa estenuante ci è stato detto che è necessario aspettare la fine della quarantena perché il test dia un esito affidabile sul possibile contagio. È più che comprensibile che l’Asl in questo momento sia subissata di lavoro, ma così una famiglia si sente abbandonata a se stessa. Con queste stesse parole lo abbiamo detto anche al medico che ci ha finalmente chiamato per comunicarci la data in cui saremmo stati sottoposti a tampone». È la testimonianza di una famiglia novarese, che dal 16 ottobre è chiusa in casa in quarantena. Un racconto che si chiude con lo svelamento di un curioso dettaglio su come venga catalogato il periodo di isolamento in attesa dell’esito del tampone, per assicurare le tutele previdenziali.

 

 

«Il 16 ottobre mia moglie, che è un’operatrice sanitaria, ha scoperto di essere positiva al Covid e così abbiamo iniziato a sperimentare il lockdown, che in primavera non avevamo vissuto, perché entrambi svolgiamo una professione che non ha mai interrotto la propria attività sul campo. È un sacrificio pesante, ma sicuramente necessario».

«Mi sono accorta che qualcosa non andava quando ho inziato a non sentire più né gusti né odori e sono subito andata a fare il tampone – spiega la donna – Ricevuto l’esito positivo, il mio medico del lavoro mi ha fatto avvisare marito e figli, perché lasciassero subito il posto di lavoro e le rispettive scuole. In contemporanea i nostri medici di famiglia hanno segnalato la nostra situazione all’Asl e da lì è iniziata l’attesa. Ammetto che nei primi giorni mi sono sentita molto in colpa, perché di fatto ho bloccato la vita della mia famiglia stravolgendone la quotidianità. Soprattutto quella dei miei figli, che sono adolescenti e certamente non è per niente piacevole ritrovarsi tappati in casa di punto in bianco. Non sapere quando anche loro sarebbero stati sottoposti a tampone mi ha messo in ansia. Purtroppo non c’è alcun sostegno psicologico né vengono date le informazioni essenziali».

Quali contatti con l’Asl avete avuto dopo la segnalazione?
«Le prime telefonate, una al mattino e una la sera, sono arrivate 5 giorni dopo – risponde l’uomo – Ma ci hanno solo chiesto i dati anagrafici per avviare l’indagine e quali sintomi presentassimo (né io né i figli ne abbiamo mai manifestati sinora). Alla fine della chiamata ci è solo stato detto che saremmo stati contattati per la comunicazione della data del tampone. La tanto attesa telefonata è arrivata alle 17 di domenica 25 e l’sms con la conferma della data è arrivato pochi istanti dopo, fissata per il 27 ottobre. A 10 giorni dall’inizio della quarantena. Avrei preferito farlo prima, ma ci è stato spiegato che il rischio è che potesse dare un esito poco affidabile e che invece è necessario attendere il periodo di incubazione».
La moglie aggiunge anche un altro dettaglio curioso: «Ci hanno anche chiesto se abbiamo animali domestici, noi abbiamo un cane e due gatti e hanno voluto sapere se anche loro stessero mostrando sintomi anomali. Dormono sempre praticamente, ma devo ammettere che in queste giornate ci stanno tenendo tanta compagnia».

Sul piano professionale siete tutelati in questi giorni di assenza?
«Mia moglie è a casa in infortunio, io invece sono in mutua, ma ho scoperto che su questo punto c’è una sorta di “vuoto normativo”, che di fatto obbliga i medici a scrivere una diagnosi falsa – spiega – Nel periodo in cui la positività non è ancora stata accertata, il medico è costretto a indicare comunque una patologia, per giustificare l’assenza e far sì che venga attivata la mutua. Ad esempio a me ha scritto che sono a casa con la lombalgia. Spero che non mi venga per davvero», conclude ironicamente, svelando un retroscena inedito.

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