Cresce la necessità di fare rete, «ma l’Italia non è competitiva»

L'analisi è emersa nel corso del convegno Dis-connessioni, promosso dall'associazione Sognando Novara e tenutosi nel pomeriggio di martedì nel cortile di Casa Bossi

Quattro voci, quattro esperienze e testimonianze di giovani alle prese con il mondo digitale, ma anche solo la possibilità di fare impresa nell’Italia di oggi, con una comunicazione libera da stereotipi e con politiche lavorative inclusive. Sono alcuni dei temi emersi nel corso del convegno Dis-connessioni, tenutosi nel pomeriggio di martedì 22 giugno nel cortile di Casa Bossi per iniziativa dell’associazione Sognando Novara e con il sostegno dell’amministrazione provinciale.


«In un periodo molto complicato come quello della pandemia, dove ci trovavamo molto connessi – ha detto la moderatrice Tiziana Napoli – abbiamo capito in realtà di essere dis-connessi, essendo venute meno le relazioni interpersonali. Questo è un format che abbiamo intenzione di ripetere e di declinare nei vari settori. Non un semplice evento, perché abbiamo la pretesa di sostenere un progetto più grande».
Questo primo incontro (decisamente partecipato nonostante l’inclemenza del tempo) è stato dunque declinato in senso “digitale”, con la iniziale presenza di due giovani imprenditori del settore come Gerardo Forliano e Joseph Talerico.

I loro interventi, hanno purtroppo messo ancora una volta il luce l’estrema arretratezza del nostro Paese nel ventaglio rappresentato dall’eccessiva burocrazia (e dai conseguenti costi di una startup), ma anche da altri preoccupanti indicatori come il mancato adeguamento degli stipendi negli ultimi decenni, l’ancora alto tasso di disoccupazione (e a ruota la forte presenza di chi, senza un lavoro, nemmeno lo cerca) e altro ancora, sino alla “zavorra” rappresentata dalla mancanza di digitalizzazione. Numeri impietosi, che non favoriscono certo tanto la nascita di nuove imprese quanto la possibilità di crescita di nuovi talenti, finendo per collocare l’Italia nelle posizioni peggiori delle graduatorie internazionali. Quanto basta perché il nostro Paese, è stato detto, «non sia competitivo rispetto a tanti altri Stati».


Poiché una delle voci analizzate includeva il divario retributivo fra generi, ecco, dopo due voci maschili, altrettante femminili. Pegah Moshir Pour, lucana di origine iraniana, ha portato la sua esperienza raccontando come nella nostra penisola ci siano ancora non poche difficoltà per gli immigrati, anche di seconda generazione, ma soprattutto l’esistenza di stereotipi nelle scelte professionali. Una forma di arretratezza evidenziata anche da Flavia Brevi, che si ricollegata a situazioni vissute in un campo come della pubblicità. Nella sostanza, affinché l’Italia possa recuperare il terreno perduto e in qualche modo annullare l’esistente gap occorrono serie e concrete politiche inclusive. Tecnologia a parte, occorre forse progredire prima di tutto dal punto di vista culturale.

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Luca Mattioli

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