Nel mondo di Dante è considerato un peccato prestare denaro a interesse, una delle forme più gravi di violenza perché esercitata contro Dio: gli usurai infatti, non pervertono solo la volontà, la prerogativa che distingue l’uomo dall’animale, ma anche l’ordine delle cose voluto da Dio che ci impone di trarre guadagno e prosperità con la fatica e dal lavoro, non dai prestiti di denaro.

Gli usurai sono quindi dannati all’inferno, nel terzo girone del settimo cerchio, e considerati peggiori di omicidi, suicidi e bestemmiatori: sono sulla linea di confine oltre la quale si apre l’abisso della malizia, punita in Malebolge.

Dante li vede seduti su una distesa di sabbia infuocata, con lo sguardo inutilmente ed eternamente fisso su una borsa che pende loro dal collo corredata dei simboli araldici della propria famiglia, una borsa che insieme al registro dei crediti è il corredo del loro mestiere e del cieco attaccamento al denaro. Nell’atto di difendersi da una pioggia di fuoco sono ritratti in scomposte pose animalesche, accovacciati come dei cani che cercano di alleviare il prurito mordendosi e grattandosi o “come un bue che ‘l naso lecchi”.

Se il poeta ha spesso provato pietà di fronte alla condizione dei peccatori, angosciato dalla fragilità degli uomini, qui per la prima volta dall’inizio del viaggio non esterna alcuna commiserazione e dedica a questa categoria di dannati soltanto undici terzine del canto XVII, segno evidente del suo disprezzo. Per non parlare di quello di Virgilio, che neanche lo accompagna e preferisce contrattare con Gerione un passaggio al cerchio successivo.

Ma la questione è delicata. Dante contrae mutui per sovvenzionare la sua carriera politica e i suoi viaggi diplomatici, ma è ben consapevole di essere il primo membro della sua famiglia che può permettersi di vivere di rendita grazie al denaro guadagnato dalle generazioni precedenti degli Alighieri, speculando e prestando ad usura e reinvestendo il capitale in proprietà terriere. Egli sa certamente distinguere nella realtà del suo tempo tra strozzini e i banchieri che hanno inventato il sistema del credito, ma “la gente nova e i subiti guadagni” non godono della sua stima, per non parlare della Chiesa che attraverso scomuniche e indulgenze non solo tesseva trame politiche, ma copriva operazioni creditizie dei finanzieri toscani.

I blasoni sulle borse al collo dei dannati danno indicazioni precise: la scrofa azzurra in campo bianco ricorda a Dante la pratica abituale della famiglia Scrovegni (quella della meravigliosa cappella affrescata da Giotto) di prestare denaro agli studenti universitari di Padova; il leone azzurro in campo oro è lo stemma dei Gianfigliazzi, che movimentavano denaro in gran quantità nel Sud della Francia ed esigevano tassi di interesse spropositati. Insomma, affaristi e faccendieri alla fine coinvolti in una bancarotta fraudolenta che li ha costretti a svignarsela da Firenze.

Ancora una volta Dante ci riporta ad una realtà che è anche nostra ed inevitabilmente più complessa. Se la criminalità organizzata è interessata al riciclaggio e all’acquisizione di esercizi commerciali in difficoltà, che in tempi di Covid richiede misure di contrasto ancora più urgenti, c’è tra di noi anche una rete capillare di gente misera che vive della miseria altrui, strozzini di quartiere che trovano facile preda nelle famiglie in crisi con spesa e bollette.

Ancora una volta il buio Medioevo e i versi di un poeta visionario ci mettono in guardia dalla minaccia alle fondamenta della prosperità e dell’ordine sociale.

Immagine: Miniatura ferrarese del XV secolo. Biblioteca vaticana

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