Pia… e tutte le altre: morte per forza

All’inizio del V canto del “Purgatorio” risuonano le note del “Miserere”, il salmo penitenziale con cui le anime affidano la loro salvezza unicamente alla misericordia di Dio. Lo cantano tutte insieme, perché nel secondo regno l’esperienza del singolo diventa esemplare all’interno di un percorso in cui l’individuo non ritrova solo Dio, ma anche se stesso e gli altri: se l’inferno era disgregazione e disarmonia, qui è il coronamento della socialità umana e di uno spirito di carità che anticipa la condizione del paradiso.

Chi canta il salmo sono i ‘morti per forza’, i morti di morte violenta pentitisi all’ultima ora, che devono attendere prima di presentarsi alla porta del purgatorio.

Dal gruppo si staccano tre spiriti, che in cambio della loro storia chiedono a Dante di essere ricordati sulla terra affinché si preghi debitamente per loro.

I primi due insistono sui dettagli crudi della loro morte avvenuta nell’ambito delle consuete faide e lotte di potere tra fazioni rivali, Jacopo del Cassero freddato da sicari, Buonconte da Montefeltro caduto nella battaglia di Campaldino del 1289 tra guelfi e ghibellini. Nonostante ‘pentendo e perdonando’ siano morti ‘a Dio pacificati’, c’è traccia corporale della loro cruenta dipartita: Jacopo vide il sangue uscire dalle sue vene e ’farsi in terra laco’; Buonconte ricorda che fu ‘forato ne la gola’.

Il terzo spirito è pura voce. Ed è una voce di donna, l’unica anima che ancor prima di chiedere a Dante di essere ricordata, con struggente tenerezza e sensibilità si preoccupa che il poeta si riposi una volta tornato sulla terra:

“Deh, quando tu sarai tornato al mondo/e riposato de la lunga via”, /seguitò ‘l terzo spirito al secondo, /“ricorditi di me, che son la Pia. / Siena mi fé, disfecemi Maremma: /salsi colui che ’nnanellata pria /disposando m’avea con la sua gemma”.

Solo due terzine; da lì fiumi d’inchiostro, per chiarire l’identità di questa fanciulla e i modi del suo assassinio. La senese Pia dei Tolomei, consorte di Nello d’Inghiramo dei Pannochieschi, vide infranto il suo sogno di sposa quando il marito diede ordine ad un domestico di scaraventarla giù da una finestra. O forse l’ha accoltellata personalmente in qualche landa selvaggia della Maremma.

Le sue ragioni? Era geloso. Sono state riferite testimonianze che Pia avesse “fama e nome di femmina vana”; insomma, qualcuno anche oggi direbbe che se l’è cercata. Chissà, Nello avrebbe potuto simulare gelosia per restare opportunamente vedovo e libero di risposarsi con una ricca nobildonna.

Ma Pia è oltre il dramma, non pronuncia parole di condanna, sfuma colpe e violenza; la verità la conosce il marito (‘salsi’, lo sa): nella memoria di lei rimane un anello gemmato, un pegno d’amore tradito proprio da chi avrebbe dovuto regalarle un sogno e proteggerla.

Come può una storia lunga solo due terzine restarci impressa nella testa dopo 700 anni? E anche se non sappiamo di chi sia veramente, perché quel corpo disfatto, violato e annientato ci turba?

La risposta è ovvia, ma tutt’altro che facile, perché nel volto di Pia si riflettono quelli di Saman, Sonia, Rita, Angelica, Ada, e tutte le altre che si ritrovano sole contro chi le uccide, le violenta, le picchia. Sono 83 dall’inizio dell’anno.

Sono solo due terzine, ma è un dramma che dura.

[Immagine: Pompeo Marino Molmenti, Pia dei Tolomei condotta in Maremma, 1853. Gam, Verona]

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Claudia Cominoli

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