E’ noto che Dante non è stato soltanto un poeta, ma ha partecipato in prima persona all’amministrazione della cosa pubblica, restando invischiato nelle lotte politiche tra fazioni e anche coinvolto in battaglie campali.

Tendenzialmente combatteva a cavallo, le rendite della famiglia gli consentivano infatti di procurarsi l’occorrente, destriero e armi. Era collocato tra i feditori, un reparto in prima linea di cavalleria leggera, e in questo ruolo partecipò a 24 anni tra le file del Sesto di Porta San Piero, il rione dove abitava, alla battaglia di Campaldino l’11 giugno 1289.

Quel giorno nella pianura del Valdarno vicino al castello di Poppi si affrontarono i guelfi che facevano capo a Firenze e i ghibellini di Arezzo: uno degli scontri più importanti della storia della Toscana. Vinto dai guelfi, si lasciò dietro una lunghissima scia di sangue, quasi 2000 morti, finiti in una fossa comune, e tanti prigionieri molti dei quali deceduti in carcere.

Dante c’era sul campo di quella sanguinosa e memorabile battaglia: ha visto tutto, si ricorda di essere stato ‘spavaldo di paura’ e di aver provato ‘allegrezza grandissima’ dopo la vittoria dei suoi guelfi; rammenta minuziosamente i suoni, i visi stravolti dei nemici, l’odore della morte, il colore del sangue; il cielo oscurato e sconvolto sul far della sera da un violentissimo temporale.

E immagina ciò che di quella giornata è rimasto chiuso nel mistero.

Nel canto V del “Purgatorio” domanda ad un’anima: ‘Qual forza o qual ventura / ti traviò sì fuor di Campaldino, / che non si seppe mai tua sepultura?’

Al poeta si è fatto incontro lo spirito di Buonconte di Montefeltro, il capitano che guidò l’esercito ghibellino: morì sul campo e il suo corpo non fu mai ritrovato.

Dante immagina che, ferito mortalmente alla gola, ‘fuggendo a piede e sanguinando il piano’, si sia trascinato alla confluenza dell’Archiano con l’Arno; qui è caduto ed è spirato, dopo aver congiunto le braccia sul petto in forma di croce e aver invocato il nome di Maria.

Una ‘lagrimetta’ e una parola di perdono sono sufficienti per essere accolti nella misericordia della bontà divina; al diavolo che giunge per reclamare la sua anima non resta che scatenare la sua rabbiosa frustrazione sul corpo: una tempesta furiosa fa straripare l’Archiano e il cadavere gelato del condottiero scivola nelle acque melmose del fiume, che lo riduce a detrito e diventa la sua tomba.

Sempre vivo come tema nella seconda cantica, il destino del corpo mortale, qui involontariamente e senza difese abbandonato ed esposto alle forze avverse della natura e del demonio, viene percepito dalle anime nella sua sacralità, sanno per fede che risorgerà. Dante riscatta dall’oblio e dallo strazio dell’uccisione quello del suo valoroso avversario, facendone l’esempio di come il pentimento e l’estremo rivolgersi a Dio cambino il senso della morte e regalino la pace del cuore.

Un’altra atmosfera di pace è quella che noi oggi possiamo respirare tornando nei luoghi del Casentino, tra la complessa topografia dell’Arno e dei suoi affluenti, i ’ruscelletti e l’Archian rubesto (impetuoso)’, la quiete dell’Eremo di Camaldoli o il santuario della Verna, dove San Francesco ricevette le stimmate.

Un’oasi felice circondata da una natura incontaminata, dove sono un ricordo lontano gli echi di una sanguinosa battaglia.

Immagine: Luca Ferrotti, Studio sulla battaglia di Campaldino, 2020.

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Claudia Cominoli

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