Austria – Italia, un classico del calcio mondiale

Questa sera alle 20, ora di Londra, la Nazionale affronterà a Wembley l’Austria negli ottavi di finale del campionato europeo. A oggi, le due squadre si sono affrontate 37 volte, considerando le competizioni olimpiche, le cui partite disputate nei tornei giocati fino all’edizione di Berlino del 1936 vengono conteggiate come partite della nazionale maggiore, con un bilancio che vede l’Italia in vantaggio con 17 vittorie, 8 pareggi e 12 sconfitte. Negli articoli e nei servizi televisivi di presentazione dell’incontro, quasi tutti hanno ricordato la vittoria per 1 a 0 nella seconda fase a gironi dei Mondiali del 1978 in Argentina, decisa da un gol di Paolo Rossi, contro la squadra di Krankl, Prohaska, Schachner, Pezzey e Krieger, e la vittoria, sempre per 1 a 0, nella gara di esordio dei Mondiali del 1990 contro la squadra di Polster, che vide il primo goal di Beppe Schillaci nelle notti magiche fino al colpo di testa di Caniggia. Eppure, eppure…

Eppure, lungo tutto il corso degli anni trenta Austria-Italia è stato un classico, la sfida per antonomasia, giocata tra le squadre delle due federazioni che prime sul Continente avevano introdotto il professionismo, guidate da Matthias Sindelar e Giuseppe Meazza, due fuoriclasse, tra i migliori centravanti di tutti i tempi, che alla testa dell’Austria Vienna di Josef Blum e dell’Ambrosiana-Inter di Árpád Weisz si sfidarono anche nella leggendaria finale di Mitropa Cup del 1933, risoltasi a favore degli austriaci, che, dopo aver perso per 2 a 1 all’Arena civica il 3 settembre con reti di Meazza, Levratto e Viertl, vinsero al Prater cinque giorni dopo con una tripletta di Sindelar cui rispose ancora Meazza. Il Wunderteam, la squadra meravigliosa, che dominò il calcio europeo degli anni trenta, guidata dal leggendario direttore tecnico Hugo Meisl e allenata dall’inglese Jimmy Hogan, massima espressione del calcio danubiano, basato su una fittissima rete di passaggi corti, che presupponeva giocatori dotati di una tecnica raffinata, e la squadra muscolare di Vittorio Pozzo, costruita utilizzando l’intelaiatura delle squadre di Weisz, l’Ambrosiana-Inter, prima, e il Bologna di Andreolo, Sansone e Biavati successivamente, che si candidava con progressiva autorevolezza a porre fine sul Continente alla supremazia delle squadre dell’Europa centrale.

A parte un paio di amichevoli e la semifinale della Coppa del mondo del 1934, terreno di elezione dello scontro fu la Coppa Internazionale, un esclusivo torneo a inviti ideato dalle federazioni di Austria, Italia, Cecoslovacchia e Ungheria, la cui formula prevedeva un doppio girone all’italiana. Il 22 febbraio 1931, l’Italia – fresca vincitrice della prima edizione del trofeo proprio davanti agli austriaci pur avendo perso entrambi gli scontri diretti, capocannonieri i granata Libonatti e Rossetti con 6 reti ciascuno – riuscì a superare per la prima volta nella storia la nazionale danubiana, vincendo a San Siro per 2 a 1, con reti di Horvath, Meazza e Orsi, interrompendo una striscia negativa di 6 sconfitte e 4 pareggi inaugurata alle Olimpiadi di Stoccolma il 3 luglio 1912 da un severo 5-1, con Meisl e Pozzo già alla guida delle rispettive squadre. Ma, grazie alla vittoria ottenuta con l’identico punteggio il 20 marzo del 1932 a Vienna, l’Austria riusciva ad aggiudicarsi la seconda edizione del prestigioso trofeo, superando gli azzurri, che conclusero il torneo al secondo posto. Dopo la doppietta – anzi, il doppietto, come si diceva allora – di Sindelar, aveva accorciato le distanze Meazza. Tre goal, uno più bello dell’altro. Al 10’ del secondo tempo, il centravanti austriaco, raccolto di testa un corner proveniente dalla destra, aveva superato un primo difensore, ripreso la palla di testa, superato un secondo difensore, ripreso nuovamente la palla di testa e battuto inesorabilmente l’incredulo Sclavi. Un numero di alta scuola, se si tiene presente che quella italiana – Rosetta, Allemandi, Bertolini – era allora la difesa più forte del mondo, e Bertolini era considerato pure dagli inglesi il difensore dotato del gioco di testa migliore in assoluto. Due minuti dopo, un intervento del terzino destro Schramseis su Orsi si era trasformato in una verticalizzazione per Sindelar, che, saltato in velocità Rosetta senza stoppare la palla, infilava nuovamente Sclavi con un tiro in corsa. Al 66’ Meazza rimetteva in discussione il risultato, attirando Hiden fuori dalla porta per ingannarlo con la sua tipica finta, così magistralmente celebrata da Gianni Brera in tanti articoli, dopo aver ricevuto palla da Sansone e dribblato in velocità entrambi i terzini austriaci. Un grande pomeriggio di sport, che aveva mandato in visibilio il pubblico.

Ma nell’età dei totalitarismi, le partite internazionali si stavano rapidamente trasformando in acceso scontro politico. L’idea che, nell’epoca che Norman Angell aveva immortalato in The Great Illusion, aveva animato Jules Rimet – e Pierre De Coubertin – di promuovere la conoscenza reciproca dei popoli attraverso la competizione sportiva normata da regole comuni ispirate al fair play, lasciava posto alla volontà di affermare la supremazia della propria nazione. E così, quando all’inizio e al termine della partita la nazionale italiana si esibì nel saluto romano, dalle tribune del Prater partirono, inevitabilmente, bordate di fischi, che provocarono strascichi diplomatici e articoli indignati della stampa italiana contro l’amministrazione socialdemocratica di Vienna, accusata di aver fomentato la protesta in un paese considerato ormai amico. L’Austria, infatti, si stava avviando a entrare stabilmente nell’orbita italiana, dandosi un ordinamento autoritario ispirato direttamente al fascismo, in una società profondamente divisa fin dalla nascita della Repubblica, che per anni era stata sull’orlo della guerra civile.

L’Italia si prese la rivincita nell’edizione 1933-35, imponendosi nuovamente davanti all’Austria, nonostante la secca sconfitta per 4 a 2 subìta dai danubiani, pur privi di Sindelar, a Torino l’11 febbraio del 1934, ribaltata dalla doppietta di Piola a Vienna il 24 marzo del 1935. In tre edizioni del torneo, le due squadre monopolizzarono le prime due posizioni in classifica.

Ma la partita che più di ogni altra segnò l’antagonismo tra azzurri e danubiani fu la semifinale dei mondiali del 1934, disputata a San Siro il 3 giugno. Su un terreno fangoso, la pesante fisicità degli azzurri, tollerata dallo svedese Eklind, che il giorno prima della partita aveva pranzato a Villa Torlonia ospite di Mussolini, si impose sulla tecnica degli austriaci. Contestatissima l’azione del goal che risolse la partita. Al 19′ del primo tempo Meazza carica irregolarmente il portiere austriaco Platzer, che perde la palla; la raccoglie Guaita, probabilmente in fuorigioco, e segna da due passi. Sindelar era stato marcato duramente da Luisito Monti, il centr’half della Juventus di Carcano, che non aveva rinunciato a nessun mezzo pur di fermarlo, picchiando scientificamente sul ginocchio operato di menisco all’inizio della carriera, tanto da costringerlo ad abbandonare il terreno di gioco prima del termine della partita, lasciando la sua squadra in dieci dato che allora non erano ammesse sostituzioni, per essere ricoverato alla clinica Ambrosiana di Milano. La rivalità tra i due caratterizzò il calcio europeo degli anni trenta, specularmente a quella che oppose Sindelar a Meazza, come ebbe a ricordare Vittorio Pozzo nel necrologio che scrisse in morte di Sindelar pubblicato su “Stampa sera” il 26 gennaio 1939. Tanto era tecnico ed elegante l’uno, quanto era potente e grezzo l’altro, che non riusciva a sopportare i fraseggi e gli svolazzi dell’austriaco. Al punto che nel corso della partita di andata della semifinale della Mitropa Cup persa dalla Juventus a Vienna il 9 luglio 1933 per 3 a 0, innervosito oltre misura da un avversario quel pomeriggio anche più imprendibile del solito – Sindelar aveva segnato una doppietta e si era pure fatto parare un rigore da Combi -, Monti aveva finito per farsi espellere dopo un brutto fallo a gioco fermo al 41’ del secondo tempo.

Del resto, il regime aveva investito molto sull’evento, in termini non solo economici, al fine di aumentare il proprio prestigio e la propria immagine nel mondo. Ma non riteneva sufficiente dare prova di efficienza e capacità organizzative, voleva dare una dimostrazione di superiorità agonistica, affidando alle vittorie in campo il compito di mostrare la potenza della nuova Italia, emancipata dalle miserie delle lotte di partito, come si può leggere sul fondo che il “Littoriale” dedicò alla vittoria in finale contro la Cecoslovacchia. E per ottenere quelle vittorie utilizzò ogni mezzo, senza limitarsi a confidare sul talento dei suoi campioni, molti dei quali erano stati prelevati dall’Argentina finalista quattro anni prima a Montevideo. Già l’eliminazione della Spagna nei quarti di finale aveva sollevato più di un dubbio. La partita era terminata 1 a 1 dopo i tempi supplementari. Ferrari aveva pareggiato allo scadere del primo tempo il goal di Rigueiro, ribattendo in rete la palla persa da Zamora, autore di una prestazione all’altezza della sua straordinaria fama, caricato irregolarmente da Schiavio. L’arbitro convalidò ugualmente. La partita venne rigiocata il giorno dopo, come imponeva il regolamento di allora, ma misteriosamente Zamora non venne schierato tra i pali. L’Italia vinse con un goal, anch’esso dubbio, di Meazza, che si appoggiò platealmente sulle spalle di Guaita. Al rientro in patria, lo svizzero Mercet, arbitro della seconda partita, venne sospeso dalla federazione elvetica per l’evidente parzialità dell’arbitraggio, che aveva sollevato critiche in tutta Europa e gettato discredito sul calcio svizzero nel suo complesso.

Austria e Italia si ritrovarono per l’ultima volta a Vienna il 21 marzo del 1937, per disputarsi nuovamente la Coppa Internazionale. Ma né la partita, né la Coppa giunsero mai al termine. La partita venne interrotta al 74′ dall’arbitro, lo svedese Olsson, che non riusciva più a contenere il gioco eccessivamente violento praticato in campo, con colpi proibiti che volavano da entrambe le parti, mentre l’Austria si trovava in vantaggio per 2 a 0, grazie ai goal di Jerusalem, imbeccato da Sindelar, sul finire del primo tempo e di Stroh su rigore al 18’ del secondo tempo, dopo che Piola, al 6’, aveva fallito il pareggio stampando la palla sul palo. Proprio Jerusalem, colpendo gratuitamente Serantoni subito dopo aver segnato, aveva dato il via alla rissa permanente che caratterizzò il secondo tempo, nonostante l’immediata espulsione della mezzala austriaca. Ma ormai la rivalità sportiva si era fusa inestricabilmente con le tensioni politiche. Le contestazioni della Vienna socialdemocratica erano state sostituite dall’ostilità di un paese che Mussolini aveva deciso di consegnare al suo nuovo alleato Hitler, rinunciando al ruolo di garante dell’indipendenza austriaca che aveva tenacemente costruito all’inizio degli anni trenta. Di lì a poco l’Austria cessò di esistere, e con l’Austria il Wunderteam. La quarta edizione della Coppa Internazionale venne di conseguenza sospesa e non fu mai assegnata, e la squadra di Sindelar, già qualificata per i Mondiali di Parigi, ai quali si presentava nuovamente come favorita, perse per sempre l’opportunità di conquistare il titolo che l’avrebbe definitivamente consacrata.

Il 23 gennaio del 1939 giunse al termine anche l’esistenza terrena di Sindelar, trovato morto nella sua abitazione di Vienna insieme alla compagna Camilla Castagnola per cause mai chiarite. Di certo c’è che la Gestapo impedì ogni inchiesta e fece sparire qualsiasi elemento utile a ricostruire l’accaduto e che Sindelar, al termine della partita disputata al Prater il 3 aprile 1938 tra le nazionali di Austria e Germania per celebrare l’Anschluss, si rifiutò, insieme a Sesta, autore dell’altro goal con cui il Wunderteam vinse l’ultima partita della sua storia, di fare il saluto nazista e di vestire la maglia della nazionale tedesca ai mondiali parigini. Così come che la Gestapo teneva un fascicolo sul centravanti austriaco, amico degli ebrei, simpatizzante socialdemocratico, nonché, non ultimo motivo di sospetto, boemo. In quello stesso gennaio del 1939, Árpád Weisz, cui la Nazionale doveva così tanto, sia rispetto all’impianto di gioco, sia rispetto alla crescita tecnica e fisica di molti giocatori-chiave – tra i suoi numerosi meriti ebbe quello di scoprire Meazza, facendolo debuttare nella massima serie a neanche diciassette anni – era costretto a lasciare l’Italia in seguito alla promulgazione delle Disposizioni per la difesa della razza italiana, iniziando la lunga peregrinazione che si sarebbe conclusa nel campo di Auschwitz il 31 gennaio del 1944.

Dunque, la sfida tra le due nazionali che si affrontano stasera custodisce una storia sportiva avvincente e di prim’ordine, che ha caratterizzato un’era, opponendo due concezioni antitetiche del calcio in un momento della storia europea in cui le ideologie totalitarie agivano con violenza per assorbire all’interno della sfera politica qualsiasi ambito dell’esperienza umana. Una storia, però, che pare non aver lasciato tracce, cui nessuno guarda più, né per celebrare il talento dei suoi fuoriclasse, né per riflettere sulle strutture profonde delle nostre società. D’altra parte, l’unica vera certezza che abbiamo su questa terra è quella che moriremo tutti; ma è quasi altrettanto certo che verremo tutti inesorabilmente dimenticati. Il nulla che scorgeva Vassalli dalla finestra del suo studio alzando gli occhi dal tavolo di lavoro appare sempre più impenetrabile e a nessuno sembra più importare granché di quello che potrebbe ancora raccontarci.

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Giovanni A. Cerutti

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