Certo, il metodo non poteva essere dei peggiori. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che dieci anni fa aveva criticato duramente Matteo Renzi per aver imposto la sua legge elettorale attraverso il voto di fiducia, ha finito per imboccare la stessa strada. E questo dopo aver parlato per mesi di un’iniziativa parlamentare, quasi a voler prendere le distanze da quelle forzature che, quando sedeva all’opposizione, considerava inaccettabili.
Del resto, in Italia cambiare la legge elettorale a ridosso delle elezioni è ormai una tradizione consolidata. Anche questa volta si interviene sulle regole del gioco quando alla scadenza naturale della legislatura manca appena un anno, ammesso naturalmente che venga rispettata.
La nuova legge ripristina le preferenze, ma soltanto a metà. Gli elettori potranno scegliere i propri candidati, mentre i capilista resteranno bloccati. Il risultato è che, soprattutto per i partiti più piccoli, vale a dire quasi tutti quelli che difficilmente eleggeranno più di un parlamentare per circoscrizione, le liste continueranno a essere bloccate esattamente come prima. Una restituzione del potere di scelta agli elettori più apparente che sostanziale.
Ma il punto politicamente più rilevante è un altro: la matematica elettorale viene piegata alle esigenze della governabilità, con qualche inevitabile conseguenza anche sulla rappresentanza democratica. A una coalizione basterà conquistare il 42% dei voti per ottenere un premio di maggioranza capace di portarla fino al 55% dei seggi alla Camera e al Senato. In sostanza, una minoranza di voti potrà trasformarsi in una solida maggioranza parlamentare.
Perché? La spiegazione di Meloni è semplice: evitare il rischio di un pareggio e consentire agli italiani di sapere, già la sera delle elezioni, chi governerà il Paese per i successivi cinque anni.
Curiosamente, era esattamente quello che sosteneva Matteo Renzi. Allora, però, per Meloni si trattava di una pericolosa torsione della democrazia. Evidentemente, nella vita si cambia. Soprattutto quando si passa dai banchi dell’opposizione a Palazzo Chigi.
C’è poi un dettaglio che rende l’intera operazione ancora più singolare: la legge elettorale precedente non ha affatto impedito a Meloni di vincere le elezioni e di guidare il governo per un’intera legislatura. Dunque, almeno nel suo caso, il problema dell’ingovernabilità non si è posto.
Il sospetto è che dietro la riforma ci sia qualcosa di meno nobile della stabilità istituzionale: i sondaggi. Rilevazioni che non sembrano sorridere completamente alla maggioranza, soprattutto agli alleati di Fratelli d’Italia, e che avrebbero convinto la presidente del Consiglio a mettere al sicuro il risultato attraverso una nuova legge elettorale.
Ma anche i calcoli più accurati possono riservare sorprese. Non è affatto scontato che la coalizione di centrodestra riesca a raggiungere la soglia del 42%, soprattutto se la proposta politica di Roberto Vannacci dovesse esercitare un’attrazione significativa su una parte dell’elettorato di destra.
E allora potrebbe verificarsi proprio quello che Meloni sostiene di voler evitare: una maggioranza da costruire dopo il voto, attraverso accordi parlamentari. Magari proprio con Vannacci, oppure con Carlo Calenda, intenzionato a correre da solo ma potenzialmente decisivo nella formazione di un governo.
Il paradosso sarebbe completo. Una legge elettorale pensata per garantire la sera stessa delle elezioni un vincitore certo potrebbe finire per restituire al Parlamento il compito di costruire maggioranze attraverso trattative, alleanze e compromessi.
Più che l’inizio della Terza Repubblica, sarebbe il secondo tempo della Prima, con il ritorno della politica dei due forni di andreottiana memoria: cercare di volta in volta i voti dove si possono trovare, scegliendo l’alleato più conveniente.
Esattamente il contrario di ciò che la riforma vorrebbe scongiurare. E con un’ultima ironia: dopo aver cambiato le regole per sapere subito chi governerà, potremmo ritrovarci ad aspettare settimane per scoprirlo.








