Ci hanno portato via anche l’Ufo: il mistero del “disco volante” di Mussolini

Uno squarcio nel passato, uno nel futuro e, in mezzo, quella dimensione extratemporale – o metatemporale, per non porre limiti – nella quale secondo gli ufologi si muoverebbero i dischi volanti. È stato questo il viaggio proposto la sera del 6 ottobre dalla Pro loco di Novara e dal Museo storico Rossini a un buon pubblico di terrestri riunito all’Arengo del Broletto.

Lo spunto di attualità arriva dagli Stati Uniti e dalla decisione di Donald Trump di togliere il segreto ad alcuni dossier del Pentagono, compresi quelli relativi agli Ufo. Una vicenda che, secondo la giornalista Sabrina Pieragostini, intervenuta in apertura, confermerebbe come le indagini americane sui fenomeni non identificati siano proseguite anche dopo la loro chiusura ufficiale nel 1968. Attraverso fondi neri e programmi talmente riservati che, sempre secondo Pieragostini, nemmeno tutti i presidenti degli Stati Uniti ne sarebbero stati informati. Insomma, alla Casa Bianca si può avere accesso al pulsante nucleare ma non necessariamente a tutto quello che vola sopra le nostre teste.

Negli ultimi anni, ha spiegato la giornalista, una lunga lista di ex agenti dei servizi segreti, ufficiali della Marina e dell’Esercito e scienziati che hanno lavorato per il governo americano avrebbe ammesso di aver partecipato a queste indagini. Potrebbero raccontare molto, ma purtroppo non possono: sui risultati resterebbe infatti il segreto militare e di Stato, con la prospettiva del carcere a vita per chi decidesse di diventare improvvisamente troppo loquace.

Tra le vicende emerse ci sarebbe anche quella che ci riguarda molto più da vicino: il cosiddetto “Ufo di Mussolini” o “Ufo di Magenta”. Perché, a quanto pare, Roswell sarebbe arrivata dopo: noi italiani avremmo avuto il nostro disco volante già nel 1933.

Secondo la ricostruzione proposta dal consigliere comunale Ezio Romano – accompagnata da immagini realizzate dallo stesso relatore con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, come ha correttamente precisato – un vero e proprio disco volante sarebbe precipitato nei pressi di Boffalora. A bordo ci sarebbe stato anche un equipaggio, che non sarebbe sopravvissuto all’incidente.

Di fotografie dell’Ufo non ne abbiamo. Neppure testimonianze pubbliche di prima mano. Ma anche questo avrebbe una spiegazione: sul posto sarebbe arrivata immediatamente l’Ovra, la potente polizia segreta fascista, che avrebbe imposto il silenzio ai pochi testimoni. Del resto, se già nel 1933 cade un disco volante nella campagna lombarda, qualcosa bisogna pur fare.

Del misterioso oggetto si sarebbe poi occupata una commissione presieduta nientemeno che da Guglielmo Marconi. I suoi lavori, naturalmente, sarebbero rimasti segreti. E poiché i componenti della commissione sono scomparsi da tempo, convocarli oggi per qualche domanda supplementare presenta oggettive difficoltà.

Il disco volante sarebbe stato quindi trasferito negli stabilimenti della Caproni e studiato dai tecnici dell’azienda, contribuendo alla realizzazione di uno dei primi prototipi italiani di aereo a reazione, mai entrato in produzione.

Poi arriva la fine della guerra, Mussolini muore e il disco volante cambia destino. Secondo la ricostruzione di Romano, sarebbe stato addirittura Pio XII a informare gli americani dell’esistenza del velivolo. A quel punto gli Stati Uniti lo avrebbero sequestrato e portato oltreoceano.

Ed è qui che la storia compie il salto tecnologico.

Lo studio dell’Ufo avrebbe infatti contribuito allo straordinario progresso scientifico americano dei decenni successivi: internet, semiconduttori e altre meraviglie della modernità. Un trasferimento tecnologico decisamente sbilanciato, visto che a noi sarebbe rimasto il ricordo del disco volante e agli americani la Silicon Valley.

La conclusione di Romano, arrivata dopo oltre un’ora di esposizione, è stata conseguente: «Se gli americani non ci avessero portato via il nostro Ufo, oggi l’Italia sarebbe un Paese molto più ricco e potente». Una variante extraterrestre della fuga dei cervelli: questa volta, però, sarebbe fuggito direttamente il disco.

In sala si è levato qualche brusio, seguito da un forte applauso che ha premiato il notevole sforzo oratorio del relatore.

E la storia è pronta a superare anche i confini nazionali. Romano ha infatti annunciato di voler presentare la sua ricostruzione a Chalon-sur-Saône durante il prossimo viaggio nella città francese gemellata con Novara. Si è detto stupito che in Francia nessuno conosca questo importante episodio storico. Toccherà dunque a Novara colmare la lacuna: dopo Leonardo, Marconi e il made in Italy, potremo provare a rivendicare anche il primato nazionale in materia di dischi volanti.

A riportare tutti sulla Terra – senza necessità di atterraggio d’emergenza – è stato invece il video intervento del generale di Squadra Aerea Giulio Mainini, borgomanerese, già sottocapo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare.

La sua posizione è stata sintetizzata in poche parole: «Magari gli Ufo esistono, ma io non ci credo perché non li ho mai incontrati». Mainini, che di ore trascorse in cielo ne ha accumulate parecchie, ha raccontato anche un episodio vissuto personalmente nel 1974. All’epoca era capogruppo pilota all’aeroporto di Cameri e, durante un volo nella zona tra Genova e Imperia, osservò una grande fonte luminosa. Il fenomeno venne visto anche da migliaia di persone da terra e finì prima sulla stampa novarese e poi su quella nazionale. Nessun radar, però, rilevò un corpo fisico corrispondente a quella luce.

L’alto ufficiale ha spiegato che anche durante gli anni trascorsi allo Stato Maggiore né i piloti militari né le stazioni radar hanno mai trovato riscontri concreti alle segnalazioni di Ufo arrivate dai cittadini. E soprattutto ha smontato almeno un pezzo del mistero: per quanto riguarda l’Italia non ci sarebbe alcun grande archivio segreto da aprire, perché nulla in materia di Ufo sarebbe mai stato classificato.

Niente hangar inaccessibili, dunque. Niente dossier da strappare alle casseforti dello Stato. E, almeno secondo Mainini, nessun alieno incontrato durante migliaia di ore di volo.

Proprio la testimonianza del generale, ha spiegato il presidente del Museo Rossini, Antonio Poggi Steffanina, è stata una delle ragioni per cui il museo militare ha promosso l’incontro: mettere a confronto le ricostruzioni ufologiche con l’esperienza di un alto ufficiale delle Forze Armate, pilota di F104.

Alla fine della serata una certezza, almeno, è rimasta: dell’oggetto volante precipitato nel 1933 non abbiamo fotografie, i testimoni non possono più parlare, gli atti sarebbero segreti e l’Ufo sarebbe finito in America. Una situazione che rende piuttosto difficile chiedere delle conferme.

Quanto all’ipotesi che senza quel sequestro oggi saremmo noi italiani a dominare internet e semiconduttori, il mistero resta aperto. E pensare che per quasi un secolo abbiamo dato la colpa ad altro.

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Immagine di Pier Luigi Tolardo

Pier Luigi Tolardo

54 anni, novarese da sempre, passioni: politica, scrittura. Blogger dal 2001.