La crisi di Radici Chimica passa ora anche da Palazzo Cabrino. Dopo le audizioni dei sindacati alla Camera e al Senato, il comune di Novara vuole chiamare direttamente al tavolo Lone Star, il fondo americano che ha acquisito l’azienda, per capire quale futuro immagini per lo stabilimento novarese e per i suoi lavoratori.
È il principale elemento emerso dalla commissione consiliare convocata nel pomeriggio di oggi, 6 ottobre, per fare il punto sulla vertenza che coinvolge circa 280 dipendenti e sulla procedura che prevede 136 esuberi. Il sindaco Alessandro Canelli ha annunciato l’intenzione di convocare, dopo il prossimo incontro del 12 ottobre tra azienda e organizzazioni sindacali, un tavolo istituzionale con entrambe le parti. E questo indipendentemente dall’esito del confronto.
«Vogliamo farci dire dall’azienda che cosa ha intenzione di fare di quel sito» ha spiegato Canelli. Il punto, secondo il sindaco, non riguarda soltanto gli esuberi annunciati, ma il futuro industriale di un’area strategica della città. Con la chiusura dell’impianto dell’acido adipico, ha ricordato, restano circa 350 mila metri quadrati di impianti dismessi: spazi che potrebbero essere riconvertiti e sui quali potrebbero essere costruite nuove opportunità occupazionali. «Un’operazione di questo genere non può passare senza una condivisione con l’amministrazione».
Canelli non ha nascosto i dubbi sull’operazione e soprattutto sulle prospettive indicate finora dalla nuova proprietà. «Il piano che ho letto è povero di contenuti e non c’è chiarezza su quello che il fondo vorrà fare. Lone Star nasce facendo operazioni su aziende in grave crisi e cercando di trovarne il valore: non possiamo aspettarci che miracolosamente diventino buoni, il loro lavoro è quello. Noi dobbiamo utilizzare tutti gli strumenti che abbiamo per cercare di indirizzare meglio l’attività del fondo».
Da qui la volontà del Comune di entrare direttamente nella partita, non per sostituirsi alla trattativa sindacale, ma per intervenire sul percorso industriale e sulla destinazione futura dello stabilimento. L’obiettivo, ha spiegato Canelli, è capire «come possiamo aiutare e migliorare il percorso» e allo stesso tempo «irrobustire il piano sociale e industriale».
Proprio il piano sociale presentato dall’azienda lascia ancora scoperta una parte consistente degli esuberi. Secondo i numeri riportati dal sindaco in commissione, per 10 lavoratori sarebbe prevista una ricollocazione esterna e per 15 una interna; altri 26 potrebbero raggiungere la pensione nell’arco di tre anni attraverso cassa integrazione e Naspi, anche se queste posizioni non sarebbero ancora state certificate dall’Inps. A queste si aggiungerebbero 25 dimissioni volontarie. Resterebbero quindi circa 60 persone per le quali, allo stato attuale, non è individuata una soluzione.
Ed è proprio su questo punto che Canelli ha richiamato la necessità di muoversi con particolare attenzione, evocando il precedente delle Officine Grafiche De Agostini: il rischio è che, senza un percorso costruito e verificato in anticipo, Novara si ritrovi ad affrontare un’altra pesante crisi occupazionale senza strumenti sufficienti per governarne le conseguenze.
Un’impostazione sulla quale si sono ritrovati anche i consiglieri presenti in commissione, concordi sulla necessità di un intervento istituzionale nei confronti della nuova proprietà.
Dal fronte sindacale, invece, il messaggio è rimasto sostanzialmente quello già portato nelle audizioni parlamentari: prima di discutere degli esuberi, Lone Star deve spiegare che cosa vuole fare dello stabilimento di Novara.
Christian Bertuletti della Cgil ha ricordato che dietro ai numeri ci sono «280 persone» e altrettante famiglie che chiedono risposte che, al momento, neppure i sindacati sono in grado di dare. «Se vogliono che collaboriamo devono dirci cosa vogliono fare dell’azienda: o non lo sanno oppure sono in malafede». Lo spartiacque resta l’incontro del 12 ottobre: in assenza di risposte chiare sul piano industriale, ha annunciato, si andrà verso lo sciopero.
Sulla stessa linea Maria Luisa Mauceri della Uil, che ha riferito della richiesta di un incontro anche in Regione e ha ribadito la compattezza delle organizzazioni sindacali sulla necessità di «serietà e chiarezza». Massimo Olivini Rsu ha richiamato invece il problema dell’età media elevata dei dipendenti e delle reali possibilità di ricollocazione, sottolineando anche le difficoltà nelle quali oggi si trovano a lavorare alcuni reparti.
Molto duro Giuseppe Lentini dell’Ugl: «Sono stati annunciati 136 licenziamenti di massa senza che sia stato presentato alcun piano industriale. Prima ancora dei cento giorni il manager, in un collegamento, ci aveva detto: dopo cento giorni vedremo cosa fare. Poi hanno aperto la procedura 234 e ci è stato detto che tra quattro anni in Italia non sarebbero rimasti. Per noi è questo il motivo per cui non presentano un piano industriale. Il piano sociale è vuoto: si parla soltanto dei 136 esuberi. A gennaio scatterebbero i licenziamenti e noi non sappiamo nemmeno se l’azienda voglia arrivare a un accordo. Non ci prenderemo la responsabilità di creare degli esodati: siamo in gran parte over 50, lontani sia dalla possibilità di trovare facilmente un nuovo lavoro sia dalla pensione. Non accetteremo licenziamenti unilaterali: si deve ragionare su uscite volontarie e incentivate».
Lentini ha sollevato dubbi anche sulle ragioni industriali dell’operazione: «Temiamo che dietro al fondo ci sia qualcosa di speculativo, con uno spostamento di quote di mercato verso altri asset del gruppo. La famiglia Radici aveva attivato una procedura antidumping per contrastare la concorrenza cinese, che avrebbe dovuto produrre effetti a breve, ma l’operazione è stata chiusa prima».
Ancora più pesante la denuncia sulle condizioni interne allo stabilimento: «Nei reparti operativi si sta lavorando in condizioni da dopoguerra, con impianti fermi e tre persone dove prima ce n’erano quindici. I lavoratori vengono trattati come schiavi pur di non aumentare il personale, perché bisogna giustificare i 136 esuberi. Noi non ci stiamo a questa macelleria sociale. Non aspetterei nemmeno il 12 ottobre: servono assemblee e sciopero. In alcuni reparti la malattia è aumentata del 300% perché non ci sono più le condizioni per lavorare. Deve intervenire anche lo Spresal».
Altrettanto netto Maurizio Nieli dell’Ugl, intervenuto anche come consigliere comunale: «È stata un’operazione poco trasparente sia da parte della vecchia proprietà sia da parte del fondo. La famiglia Radici ha abbandonato i lavoratori: ha venduto per un miliardo di euro e mi chiedo se non avrebbe potuto accantonare una cifra per evitare questo disastro. Il fondo americano vuole scaricare i costi sociali sullo Stato e sui lavoratori e non è la prima volta che lo fa. L’obiettivo è fare profitto e tra qualche anno vendere al migliore offerente. Io sono d’accordo con lo sciopero subito. Ci sono persone che lavorano dodici ore al giorno senza pausa».
Franco Monteggia Rsu ha sintetizzato invece la condizione nella quale, a suo giudizio, si trova oggi lo stabilimento novarese: «Radici Group non esiste più. Non facciamo parte del nuovo gruppo, siamo isolati».
Preoccupazioni sulla sicurezza sono state espresse anche da Stefano De Grandis della Uil, che ha parlato di una situazione che potrebbe comportare rischi sia per i lavoratori sia sotto il profilo ambientale. «È diventato pericoloso lavorarci dentro» ha affermato, facendo riferimento anche ad alcuni video che starebbero circolando tra i dipendenti.
Il prossimo passaggio sarà dunque il confronto del 12 ottobre tra azienda e sindacati. Ma qualunque sia il risultato, la vertenza è destinata subito dopo a spostarsi nuovamente sul piano istituzionale: il Comune vuole Lone Star al tavolo e, soprattutto, vuole sapere quale sia il progetto della nuova proprietà non soltanto per i 136 lavoratori dichiarati in esubero, ma per il futuro dell’intero sito industriale di Novara.








