Un traguardo politico e istituzionale di grande rilevanza quello raggiunto all’interno del consiglio regionale del Piemonte, al termine di un percorso durato oltre un anno. La commissione Legalità ha infatti approvato all’unanimità, con il favore di tutti i gruppi consiliari, il documento conclusivo sullo sfruttamento lavorativo in agricoltura.
Il traguardo politico e il monito dei consiglieri
Il presidente della commissione, Domenico Rossi, non ha nascosto il profondo orgoglio per l’obiettivo raggiunto, sottolineando «la maturità dimostrata dall’aula su una tematica estremamente delicata». Si dice infatti soddisfatto che la commissione abbia licenziato «un documento pienamente condiviso dalle diverse forze politiche» ricordando come «un risultato del genere non fosse affatto scontato su un tema che, troppo spesso, viene brandito come un’arma per la battaglia politica e puramente ideologica».
Lo sguardo del presidente si è concentrato però sull’urgenza di intervenire. «Lo sfruttamento lavorativo e il caporalato» ha spiegato Rossi «non sono fenomeni confinati solo ad alcune aree del Sud Italia, ma rappresentano una vera e propria piaga sistemica che tocca da vicino anche il territorio del Piemonte, in particolare nei delicati comparti dell’agricoltura, della logistica e dell’edilizia».
Agromafie e margini di filiera: le radici dello sfruttamento
Le indagini e le numerose audizioni svolte in questi mesi hanno permesso di fotografare una realtà estremamente complessa. Come evidenziato dalla commissione «la forte compressione dei margini economici lungo l’intera filiera agroalimentare finisce inesorabilmente per schiacciare i piccoli produttori, favorendo la nascita di contesti di aperta illegalità e di caporalato sommerso». A questo scenario si aggiunge l’ombra inquietante delle agromafie, organizzazioni criminali che si infiltrano nel tessuto economico locale per controllare i mercati e il territorio. Un quadro aggravato dalle criticità strutturali del Paese, come l’assenza di un efficace sistema pubblico di incontro tra domanda e offerta di lavoro e un sistema di decreti flussi che necessita di una profonda e urgente riforma.
Le politiche di prevenzione e contrasto
La rotta tracciata dal documento unanime indica chiaramente quali debbano essere queste politiche strutturali. Tra le priorità assolute figura la necessità di garantire condizioni abitative dignitose per i lavoratori stagionali, accompagnate da un potenziamento dei servizi di trasporto pubblico per collegare gli alloggi alle aziende agricole. Sul fronte della prevenzione, il testo punta forte sull’utilizzo degli “indici di congruità” per stimare il reale fabbisogno di manodopera di ogni singola azienda, orientando i controlli laddove emergono anomalie. Per premiare le aziende virtuose, il consigliere del Movimento 5 Stelle Pasquale Coluccio ha rilanciato la proposta di istituire un “bollino del lavoro etico”, un marchio regionale basato su controlli indipendenti e periodici, stabilendo che, in caso di violazioni accertate dei diritti, la Regione debba intervenire sanzionando le aziende anche sui disciplinari e sulle denominazioni di propria competenza.
Non disperdere l’esperienza di “Common Ground”
A chiudere il cerchio è stata la necessità di dare continuità strutturale ai progetti di successo. La consigliera di Avs Alice Ravinale ha ricordato come «l’approvazione unanime del documento permette di uscire finalmente dalla logica che riduce il caporalato a una semplice devianza criminale, affrontandolo invece con strumenti sociali concreti». La Regione Piemonte è già stata capofila del progetto interregionale “Common Ground”, un’iniziativa multilivello fondamentale contro il nuovo schiavismo che ha permesso di raggiungere circa 4.500 persone erogando 29.000 servizi di supporto. L’obiettivo condiviso è ora quello di non disperdere questo patrimonio di competenze una volta terminati i fondi, estendendo l’applicazione di questi collaudati strumenti di tutela anche ad altri settori fortemente a rischio, come la logistica e l’edilizia








