A pochi giorni dalla conclusione dell’operazione “Argus”, che ha visto il trasferimento simultaneo di oltre cento detenuti in massima sicurezza verso il penitenziario di Vigevano, una delegazione del Partito Democratico ha effettuato un sopralluogo ispettivo all’interno del carcere di Novara. Una visita utile per fare il punto sulla delicata fase di transizione che l’istituto di via Sforzesca sta attraversando e per accendere i riflettori sulle criticità strutturali che continuano a pesare sulla quotidianità nelle strutture in Piemonte.
La transizione degli spazi e l’incognita sulle 70 celle singole
Il fulcro del cambiamento del carcere novarese risiede proprio nella restituzione degli spazi precedentemente destinati al regime speciale. Il consigliere regionale Domenico Rossi ha evidenziato come il Gruppo Operativo Mobile (GOM) stia «progressivamente riconsegnando i locali alla gestione ordinaria dell’istituto. Una transizione che cambierà radicalmente la natura e le dimensioni della struttura: l’attenzione è tutta rivolta a quello che succederà all’interno delle settante celle singole un tempo blindatissime».
Su questo aspetto si è concentrata anche la vicepresidente del Senato Anna Rossomando, che ha annunciato l’intenzione di «chiedere chiarimenti ufficiali sul futuro dell’ex sezione 41-bis». Al momento, infatti, non è chiaro quale tipo di utilizzo sia previsto, né se vi sia l’intenzione di aprire un canale di interlocuzione con gli enti locali. Rossomando ha ricordato che «il carcere non può essere considerato un elemento isolato dal resto del mondo cittadino». Un’analoga incertezza avvolge anche il progetto di riutilizzo dell’ex palazzina del reparto femminile, originariamente destinata a ospitare nuovi spazi sanitari e ad oggi completamente ferma.
I numeri del personale e il nodo del sovraffollamento
Nonostante Novara presenti una condizione generale meno drammatica rispetto ad altri istituti italiani, i problemi legati all’organico e ai numeri della popolazione detenuta restano evidenti. A fronte di una capienza regolamentare fissata a 93 posti, la struttura ospita attualmente 114 detenuti (compresi 10 in regime di semilibertà), configurando una situazione di sovraffollamento a cui, come sottolineato da Rossomando «non bisogna assolutamente assuefarsi».
A fronte di questi numeri, i dati sulla pianta organica della Polizia Penitenziaria evidenziano un forte scoperto: a fronte di 179 agenti previsti, quelli effettivamente presenti sono solo 147, una cifra che include anche il personale amministrativo e quello distaccato per altre attività, con il fattore aggravante di un’età media piuttosto elevata. Una carenza che la delegazione giudica «non adeguatamente compensata dai concorsi e dalle assunzioni messi in campo dal Governo, nonostante l’accorciamento dei periodi di apprendistato e formazione dei nuovi agenti».
La criticità più profonda riguarda però l’area educativa. «All’interno del carcere operano infatti solamente due educatori per la gestione di oltre cento detenuti» ha spiegato il consigliere Rossi che ha sottolineato come questa sia «una sproporzione insostenibile per poter garantire una reale presa in carico dei progetti trattamentali. Se si vuole affrontare seriamente il tema della sicurezza è indispensabile investire sui corsi di formazione, sulle misure alternative e sul reinserimento sociale, elementi che ad oggi faticano a decollare e che si reggono quasi esclusivamente sullo straordinario lavoro del personale interno e sull’intenso rapporto di collaborazione con il volontariato esterno e il terzo settore».
L’importanza di accompagnare il cambiamento
Un piccolo segnale positivo sul fronte dell’accoglienza è stato registrato da Elia Impaloni, rappresentante dei Giovani Democratici alla sua settima visita in una struttura penitenziaria. Impaloni ha segnalato «l’importante arrivo di un mediatore culturale di lingua araba e inglese, una figura fondamentale all’interno di un contesto in cui circa la metà della popolazione detenuta è di nazionalità straniera e non parla l’italiano».
La vera sfida per il futuro di via Sforzesca resta tuttavia la gestione di una transizione che, denunciano i GD, «non è stata finora chiaramente comunicata dai vertici dell’amministrazione penitenziaria». Proprio per questo, la delegazione ha ribadito l’impegno del Partito Democratico nel monitorare e accompagnare questo percorso di trasformazione, affinché lo svuotamento del regime speciale possa tradursi in un reale miglioramento della qualità della vita, del lavoro e della sicurezza all’interno del carcere novarese.
La proposta della Garante: «Novara rafforzi la sua vocazione trattamentale»
Alla visita è intervenuta anche la garante dei diritti delle persone private della libertà personale, Nathalie Pisano, secondo la quale il trasferimento della sezione destinata al 41-bis rappresenta «l’occasione per ripensare il ruolo della Casa circondariale di Novara nel sistema penitenziario piemontese». Per Pisano la struttura potrebbe rafforzare la propria vocazione trattamentale, puntando su percorsi di formazione, lavoro, istruzione, attività sportive, sostegno psicologico e giustizia riparativa, favorendo così il reinserimento sociale dei detenuti. La Garante ha inoltre sottolineato come Novara possa contare su una rete consolidata di enti locali, volontariato, cooperative e realtà imprenditoriali già impegnate nella collaborazione con il carcere, auspicando l’apertura di un confronto tra il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, il Provveditorato regionale e le istituzioni del territorio per definire il futuro assetto dell’istituto.







