Ibis sacro, Legambiente: «Il contenimento è inevitabile, ma va fatto nel rispetto del benessere animale»

«L’ibis sacro non è arrivato spontaneamente nel nostro territorio per effetto dei cambiamenti climatici o di fenomeni migratori. La sua presenza è la conseguenza della fuga o del rilascio di esemplari detenuti in zoo e parchi faunistici: è quindi un problema creato dall’uomo». È la posizione espressa da Mario Miglio, vicepresidente di Legambiente Circolo Il Pioppo, che interviene nel dibattito seguito agli interventi di contenimento effettuati nei giorni scorsi nel parco dei Bambini e sull’Allea.

Secondo Miglio, l’ibis sacro rappresenta uno dei numerosi casi di specie esotiche invasive introdotte artificialmente nell’ambiente. «Come è già accaduto con altre specie, la loro diffusione altera gli equilibri degli ecosistemi e può mettere seriamente a rischio la fauna autoctona. Per questo il problema va affrontato con strumenti scientifici e non sull’onda dell’emotività».

L’espansione della specie nelle risaie di Novara, Vercelli, Alessandria e Pavia viene definita «esponenziale». Dai 4.068 esemplari censiti nel 2016 si è passati a circa 10 mila nel 2019, fino a una stima attuale superiore ai 15 mila individui. «Non a caso – ricorda Miglio – dal 2016 l’ibis sacro è inserito dall’Unione europea tra le specie esotiche invasive di rilevanza unionale, per le quali sono previsti piani di controllo ed eradicazione finalizzati alla tutela della biodiversità».

Tra gli effetti negativi attribuiti alla presenza dell’ibis vi sono la competizione con gli aironi per siti di nidificazione e risorse alimentari, la distruzione accidentale dei nidi di altre specie, la predazione di anfibi autoctoni e i danni arrecati alla vegetazione.

«Le misure di contenimento, per quanto drastiche, sono purtroppo inevitabili se si vuole salvaguardare il patrimonio di biodiversità locale», afferma il vicepresidente. «Il vero problema è che si è intervenuti troppo tardi. I ritardi nell’approvazione e nell’attuazione dei piani di contenimento hanno consentito alla popolazione di crescere e di espandersi fino ad arrivare a nidificare anche nelle aree verdi urbane di Novara».

Secondo Miglio, la propensione dell’ibis a utilizzare i cedri come siti di nidificazione era già nota e riportata nei piani di gestione regionali e nazionali. «Si sarebbero dovute mettere in campo azioni preventive di disturbo della nidificazione, evitando di arrivare alla situazione attuale, con danni sia agli alberi secolari sia alla fruibilità in sicurezza dei parchi cittadini».

L’associazione, tuttavia, distingue nettamente tra la necessità del contenimento e le modalità operative adottate. «La rimozione dei nidi rientra tra gli strumenti previsti dal Piano nazionale – osserva Miglio – ma ciò non fa venir meno l’obbligo, previsto dalla normativa europea e dagli stessi piani di gestione, di evitare sofferenze inutili agli animali, siano essi adulti o pulcini».

Infine, il vicepresidente esprime perplessità sul taglio dei rami dei cedri. «Questa misura non risulta prevista dai piani di gestione e non esistono evidenze sulla sua efficacia. Anzi, potrebbe perfino favorire nuove nidificazioni e provocare un ulteriore danno ai cedri secolari, privati della loro parte apicale».

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