L’ultima campanella ci libera finalmente dai ritmi serrati dei giorni di scuola; è il suono dell’estate, della libertà e del riposo, ma racchiude sempre un bilancio emotivo, soprattutto per chi è giunto al termine di un ciclo e lascia una classe divenuta nel tempo appartenenza e comunità.
I legami costruiti, le gioie condivise, i conflitti superati, le domande che hanno trovato risposta e i dubbi rimasti irrisolti hanno condotto ad un traguardo che non è solo un punto di arrivo, ma si apre ai tempi delle scelte consapevoli e della responsabilità.
Negli occhi di tanti allievi si intravede ancora il timore, quello di chi guarda all’avvenire come un salto nel vuoto: alla fine del liceo l’addio tra una professoressa e un suo studente diventa un viatico, si spera sufficientemente solido per affrontare la sfida del futuro.
Francesca Romana de’ Angelis
Terza liceo
Ridono di una risata d’allegria
uscendo a passi svelti,
i libri sotto il braccio
i saluti che valgono un addio.
“Buona ventura”
dice l’ultimo del gruppo
e guarda l’aula vuota
e in mezzo al vuoto, su un banco,
una matita consumata.
“Buona ventura” dice,
una parola da poeta
e sotto i riccioli
il viso è magro
e gli occhi sono tristi.
Se la vita
potesse dare gioia
come dà gioia la letteratura.
E penso alle parole
che abbiamo condiviso.
Il viaggio di Dante in cerca di conforto
i versi dolci dei trovatori vagabondi
Orlando innamorato e poi folle per amore
le scale di Montale
la guerra di Sereni
il mare di Gatto e di Caproni.
Si potesse spiegare la vita
come si spiegano i poeti.
“Buona ventura a te”
rispondo infine.
E giro gli occhi
– le mani intanto chiudono il registro
un elenco di nomi è ciò che resta –
per non vederlo attraversare quella porta.
Francesca Romana de’ Angelis, in L. Serianni, ‘Il verso giusto’, Laterza 2020








