Da Novara a Penny Lane: la vita rock di Riccardo Bertoncelli

«Com’è che un ragazzo di provincia si è spinto a scrivere addirittura una storia del rock che è una storia assolutamente metropolitana?». Questa è la domanda che vorrei porre al mio amico Riccardo Bertoncelli, guru italiano della storia e della critica del rock, che ha appena pubblicato per Feltrinelli “Abitavo a Penny Lane” una autobiografia (si può ancora dire vero?) il cui sottotitolo non lascia alcun dubbio al riguardo: memoria di anni gloriosi di rock, jazz e blues. In realtà quella domanda iniziale non gliela posso proprio fare perché era la domanda che lo faceva già imbufalire quando a porglierla era, con ripetitiva ossessione (“quasi una gag” scrive nel libro), Massimo Villa che con lui fu conduttore di un programma storico (e mai aggettivo fu usato più a proposito) di Radio Rai (che allora si chiamava così) intitolato “Per voi giovani” a cui collaborarono anche Renzo Arbore e Carlo Massarini per citare i nomi più noti.

Però leggere la storia di questo ragazzone di provincia (ma solo anagraficamente), che ha raccontato, come mai nessuno, quegli anni irripetibili e che ha contribuito fortemente alla diffusione di quella musica in una italietta allora tutta Rita Pavone, Celentano e Gianni Morandi, è una gran bella cosa ed è anche molto divertente. Del resto era scritto nelle stelle, infatti Riccardo, come racconta in apertura del libro, è nato il 21 marzo 1952, lo stesso giorno in cui nacque il rock & roll : una scoperta che fece in età adulta, quando il 1^ dicembre 1992 la rivista “Life” dedicò uno “special issue” ai “40 anni del rock” e ne individuò la data di nascita proprio nello svolgimento di un evento musicale, in realtà un ballo pubblico, alla Cleveland Arena.

E così, mentre “Moondog Coronation Ball” gettò il semino della musica che cambiò la storia della nostra cultura, Riccardo Bertoncelli nasceva nella “brumal” o “fatal” Novara che, benché sempre associata ad atmosfere crepuscolari o eventi funesti, ha dato i natali ad uno dei più grandi critici del mondo “rock, jazz e blues”(come recita il sottotitolo), ma soprattutto alla persona che ha reso permeabile quel mondo, che prendeva corpo fuori d’Italia a tutta una generazione e anche alle successive.

Non nego che è per me stato doppiamente bello leggere questo straordinario volumetto, perché Riccardo è un caro amico, conosciuto negli anni di Radio Kabouter, insieme a tanti altri amici e al suo amico del cuore, Diego, che compare spesso nel suo racconto definito da Bertoncelli “l’unico ragazzo del quartiere ‘dentro’ la musica” e che lo iniziò all’ascolto dei Byrds, ma soprattutto dei Beatles. Se vogliamo, questo libro racconta di una vicenda sociologicamente piuttosto significativa: l’impermeabilità della cultura musicale italiana di allora, alle sferzanti novità che arrivavano dall’Inghilterra e dagli USA, una resistenza passiva che faceva sì che non circolasse quasi nessun materiale musicale relativo a quella “Nouvelle vague” della musica giovane.

Solo la trasmissione Rai “Bandiera Gialla” di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni del 1965 cominciò a dimostrare un certo interesse per i ragazzi “beat”, poi per il rhtythm and blues, ma Bertoncelli aveva i suoi pusher musicali di fiducia, oltre le leggendarie Radio Luxembourg, Radio London e Radio Caroline, che erano spesso anche rivenditori di materiali semi-clandestini e che comunque riuscirono piano piano a far arrivare quelle novità nella sua Penny Lane novarese e poi da lì in tutta Italia. Ma quello che mancava completamente in quegli anni erano le riviste specializzate e le curiosità giovanili di chi come lui smaniava per Bob Dylan e che non potevano certo essere soddisfatte da riviste come “Ciao amici”, “Giovani” o “Big”.

A tal proposito un ricordo anche personale su “Olivieri dischi” che era uno storico negozio di Novara (ai fratelli Olivieri è dedicato oggi il bell’auditorio del Conservatorio Cantelli della città): è lì che le impellenti necessità musicali del giovane Bertoncelli diventavano tangibili. Insieme al negozio dei fratelli Olivieri di Novara, un altro luogo entrerà nella storia leggendaria del rock e del blues in Italia, ovvero la “Wunderkammer” di Carù Dischi di Gallarate di Paolo Carù che Bertoncelli cominciò a frequentare dal 1970 (quando ancora si chiamava “cartolibreria”) e tra Paolo e Riccardo ci fu subito una vicendevole simpatia, tanto che ben presto i due collaborarono strettamente in una fanzine di informazione discografica che si chiamava “Pop Messenger Service”, addirittura patrocinata da una delle più importanti case discografiche italiane, la Ricordi.

Nel frattempo col suo prorompente entusiasmo per le nuove sonorità che andavano dalla West Coast al British Blues e al jazz d’avanguardia, Bertoncelli fondò una propria fanzine, “Freak” il cui sottotitolo, anzi, uno dei sottotitoli, non lasciava dubbi: “Mensile pop per lucide menti aperte”. Ecco, io credo che Bertoncelli meriti un posto nella cultura e non solo musicale italiana, anche per questa sua indomita opera di informazione e divulgazione di generi musicali che in quegli anni, stiamo parlando della fine della fine degli anni Sessanta e i primi favolosi Settanta, poco o nulla arrivavano in Italia e i pochi materiali e testi, a parte quelli un po’ stereotipati e stitici della stampa ufficiale, circolavano come dei samiszdat in un paese ancora molto provinciale e culturalmente pigro.

Non voglio togliere il gusto al lettore di godersi questa tonificante cavalcata attraverso le praterie del rock, del folk, del blues, del jazz di quel periodo, raccontati così meravigliosamente bene e con un profondo senso autocritico e con la consueta ironia da Riccardo Bertoncelli, il ragazzo di provincia che arrivò al cospetto di gente come Frank Zappa, che lanciava strali contro le “smagliature” della musica degli Area, che saccheggiava i negozietti di bootleg della Swinging London o dei primi anni del Punk, colui che fece imbufalire Francesco Guccini, tanto da essere citato nella sua canzone più famosa “ L’Avvelenata” (la prima canzone italiana “con le parolacce”), ma ancora il Bertoncelli anima rock di una delle più importanti riviste musicali dell’epoca come “Gong”, quello che racconta l’evoluzione stilistica del “menestrello di Duluth”, Mr. Robert “Dylan” Zimmermann e, come s’usa dire, molto altro. In oltre duecento intense ed emozionanti pagine passano davvero i sogni di una generazione, ma forse anche di altre, tutte quelle che hanno amato la “musica da non consumare”: da Jimi Hendrix a John Mayall, da Jerry Garçia ai “Talking Heads”, da Lou Reed a Patty Smith, senza tralasciare formazioni e musicisti che non sono entrati nel vortice del consumo, ma che hanno lasciato tracce profonde nella cultura musicale.

Collaboratore di molte trasmissioni radiofoniche italiane, della raffinata stazione radio della Svizzera italiana, anima di molte riviste specializzate, una padronanza totale della materia, una cultura musicale spaventosa, gli incontri con tanti personaggi fondamentali per la cultura “alternativa” di quegli anni, fanno di questo autore e del suo godibilissimo racconto, un libro che non può mancare per nessun motivo nella biblioteca di chi ha amato i Sixties e i Seventies e non solo in campo strettamente musicale. Correte in libreria. Peace & Love.

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Immagine di Mario Grella

Mario Grella

Nato a Novara, vissuto mentalmente a Parigi, continua a credere che la vita reale sia un ottimo surrogato del web.