L’associazione Sermais di Novara ha promosso la partecipazione di un gruppo di circa trenta adulti a “Promemoria Auschwitz”, il viaggio della memoria ai campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau organizzato da Deina, un’esperienza che ogni anno coinvolge migliaia di studenti delle scuole superiori provenienti da tutta Italia.
Ho vissuto questi giorni in un albergo circondato da cinquecento ragazzi. E sì, sono riuscito anche a dormire. Ma soprattutto ho condiviso con loro il pomeriggio conclusivo dei tre giorni, mentre le visite guidate ai campi le ho svolte insieme agli altri adulti.
Il viaggio della memoria non è turismo. O, almeno, non è il turismo a cui siamo abituati. È un’immersione nella pagina più sconvolgente del Novecento, nell’abisso dell’orrore che l’umanità è stata capace di raggiungere. Camminare tra i resti di Auschwitz e Birkenau significa misurarsi con il limite estremo della storia europea, con la disumanizzazione trasformata in sistema.
Eppure, per me, è stato anche un viaggio nel futuro. Il futuro incarnato da quei giovani, per la maggior parte non ancora maggiorenni, molti perfino più giovani dei miei nipoti.
Sono rimasto sinceramente colpito – e, verrebbe da dire con un termine forse antico ma efficace, edificato – dalla loro capacità di discutere. Di farlo con posizioni anche radicalmente diverse. Di ascoltarsi, confrontarsi, contraddirsi senza mai oltrepassare il confine del rispetto. Ho assistito a dialoghi profondi sul diritto e sul dovere del voto, sul concetto di legge giusta, sulla libertà di espressione. Nessuno cercava di imporre una tesi, nessuno tentava di trascinare gli altri verso una posizione precostituita: c’era libertà autentica, desiderio di capire, volontà di costruire un pensiero proprio.
In quei ragazzi ho visto un’immagine viva e concreta di un’Italia di cui essere orgogliosi. La loro Italia, ne sono convinto, sarà migliore della mia. Non perfetta, non priva di problemi – nessuna generazione lo è stata – ma capace di custodire e rinnovare i valori della libertà e della democrazia.
Ed è forse questo il senso più profondo di un viaggio come “Promemoria Auschwitz”: non solo ricordare ciò che è stato, ma consegnare la memoria a chi dovrà trasformarla in responsabilità.







