La bufera di sempre e di tutti: dall’Iliade a Mariupol

La storia della letteratura occidentale inizia con il racconto di un assedio durato dieci anni, gli Achei all’assalto di Troia: i toni sono spesso quelli celebrativi dell’onore delle armi e del valore dei guerrieri, che solo sul campo di battaglia conquistano una morte gloriosa

La storia della letteratura occidentale inizia con il racconto di un assedio durato dieci anni, gli Achei all’assalto di Troia: i toni sono spesso quelli celebrativi dell’onore delle armi e del valore dei guerrieri, che solo sul campo di battaglia conquistano una morte gloriosa. Affetti e sofferenze sono in secondo piano, i primi vengono sacrificati, le seconde sono un inevitabile effetto collaterale: il cadavere di Ettore è trascinato nella polvere legato al carro di Achille, che ne fa scempio; il profugo Enea abbandona la patria distrutta con il padre in spalla e il figlio per mano.

Finito il tempo dell’epica, il romanzo ci ha restituito uno sguardo soggettivo e straniato sul campo di battaglia e sul lutto che la guerra porta con sé: Fabrizio del Dongo a Waterloo non capisce cosa succede e si ubriaca per reggere alla strazio; Manzoni ci ricorda che ‘passano i cavalli del Wallenstein e i fanti di Merode’ seminando distruzione nelle povere case di Renzo, Lucia e tanti altri.

Ogni guerra ha avuto e ha la sua storia e una serie di narrazioni e definizioni: democratica, rivoluzionaria, ‘sola igiene del mondo’, occasione di avventura e di riscatto ed esperienza di imprevedibilità; riscoperta di cameratismo e di solidarietà, autocompiacimento, propaganda retorica, scenario apocalittico. Il Novecento ha portato con sé l’allargamento a dismisura della durata, dello spazio e del numero delle persone coinvolte, il potenziale di armi micidiali e un parossismo di crudeltà, visti attraverso uno sguardo ora ironico ora traumatizzato.

Sono tutte storie inevitabilmente parziali e incomplete, tranne il racconto di orrori inimmaginabili e il caos del mondo, nel tentativo di fornire una verità superiore a quella che deriva dalla conoscenza diretta.

Adesso è esplosa anche la guerra dei media: siamo inondati da informazioni senza filtri, a volte in dubbio sulla loro autenticità; nell’era delle immagini, restituiteci da una innumerevole varietà di fonti, compresi droni e smartphone, paradossalmente vediamo una realtà in cui tutto può essere capovolto, letto e riletto al contrario, per vanità televisiva o odio strisciante; non vediamo più lo scontro, ma solo la distruzione che ne segue; sappiamo e collochiamo sulla cartina nomi di città, villaggi e centrali nucleari, ma scorgiamo soldati tutti uguali in mimetica, mercenari in missione.

Insomma, nell’uomo non c’è granché di umano. Lo affermava Salvatore Quasimodo nel Dicembre 1945 nella poesia ‘Uomo del mio tempo’, in una implacabile requisitoria contro la violenza che da sempre cova nei cuori: da Caino ai campi di sterminio è lo stesso orrore che si ripete.

‘Sei ancora quello della pietra e della fionda, / uomo del mio tempo. Eri nella carlinga, / con le ali maligne, le meridiane di morte, / t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche, / alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu, / con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio, / senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora, / come sempre, come uccisero i padri, come uccisero / gli animali che ti videro per la prima volta’

Nei versi finali del testo il poeta spera nelle generazioni future, a cui affida il compito di dare vita ad una nuova società:

‘Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue / salite dalla terra, dimenticate i padri’.

Evidentemente l’eredità raccolta non è quella auspicata dal poeta: nella barbarie che attraversa i millenni, l’unica differenza è quella data dal perfezionamento di un progresso tecnico e scientifico al servizio degli istinti violenti.

E’ un racconto sempre più insopportabile, ma non ci libereremo mai della guerra; cerchiamo di capirla e limitarla, ma non si può dire ‘arrendetevi’ a chi necessariamente deve difendersi per restare padrone del proprio destino.

Accogliamo i profughi, senza le nostre speculazioni astratte e polemiche sterili fatte a distanza di sicurezza dal fronte. Prendiamo atto senza ipocrisia della dura realtà di questi giorni: dobbiamo guardare negli occhi smarriti gente che ha fatto l’esperienza della morte e della paura e che non solo cerca un posto dove stare, ma si chiede anche il significato della propria presenza nel mondo.

E’ sempre Quasimodo a dirci che non è tempo per artifici retorici: ‘Invano cerchi tra la polvere, / povera mano, / la città è morta’. (Milano, Agosto 1943).

[Immagine: Mariupol, Ucraina 2022]

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Claudia Cominoli

Claudia Cominoli

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