Un movimento paneuropeo. L’intervista a Sofia Gentiloni Silveri

Non sempre i passaggi storici decisivi sono percepiti come tali dai contemporanei, soprattutto quando hanno a che fare con le idee e le mentalità. Innumerevoli potrebbero essere gli esempi di testi, movimenti e correnti di opinione che hanno segnato un’epoca, che sono passati sotto silenzio al loro apparire, anche in anni molto recenti. Che sia il caso di Volt Europa, il movimento paneuropeo che alle recenti elezioni europee ha ottenuto il suo primo seggio? Per cercare di scoprirlo abbiamo intervistato Sofia Gentiloni Silveri, membro e responsabile legale di Volt Italia, molto attiva anche sul fronte europeo. Romana, trentenne avvocato presso un prestigioso studio di Bruxelles, con alle spalle un curriculum scolastico di rilievo – laurea in giurisprudenza, dottorato alla Luiss concluso a SciencesPo a Parigi, master di specializzazione in diritto europeo all’Ulb di Bruxelles – ha accettato di buon grado di raccontare in esclusiva per i lettori della Voce di Novara le idee e i progetti che muovono i ragazzi di Volt, nome scelto perché evoca l’idea di energia in tutte le lingue europee.

Avvocato Gentiloni, come nasce l’idea di fondare un movimento paneuropeo?
Volt Europa nasce all’indomani del referendum sulla Brexit su iniziativa di un gruppo di giovani, e in particolare su iniziativa di un italiano, Andrea Venzon, una francese, Colombe Cahen-Salvador, e un tedesco Damian Boeselager, che è diventato il primo europarlamentare eletto nelle liste di Volt, preoccupati che quel referendum fosse l’inizio di un arretramento generale delle opportunità finora offerte ai giovani, che hanno girato in Europa per studiare e lavorare; alla comunità scientifica, per cui è vitale il confronto in un contesto aperto e internazionale; alle donne, per cui le istituzioni europee sono un motore di progresso proprio sul versante delle pari opportunità. Al tempo stesso, Volt nasce dalla consapevolezza di dover portare avanti il processo di democratizzazione delle istituzioni europee, nonché il cammino di integrazione, ancora incompiuto. E per far questo occorreva lavorare insieme, con gli altri cittadini europei, da subito e non solo nelle sedi istituzionali. Ci siamo fatti così portavoce di questa nuova domanda, quella per l’appunto di partiti paneuropei.
Per poter partecipare alle elezioni nei vari territori nazionali, nonché alle elezioni europee, abbiamo dovuto istituire i vari capitoli nazionali di Volt Europa; è nato così, a luglio 2018, Volt Italia. Volt è presente, a livello di partito politico, in 12 Stati membri e in 8 di questi – Germania, Bulgaria, Spagna, Svezia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Regno Unito-Londra – abbiamo partecipato alle elezioni europee 2019.

Come definirebbe il militante-tipo di Volt? Quale elettorato pensate di rappresentare?
Ad oggi, il militante tipo è un volontario, vive la politica come un servizio, non è un “politico di professione”; mette a disposizione per la causa Volt, energie e proprie competenze. Si rapporta agli altri secondo un modello di community organising, volto a sviluppare il dialogo collettivo e a suscitare responsabilizzazione e impegno nella vita politica. Cerca strumenti di formazione e il partito sta creando una scuola di formazione, con contributi di specialisti. Volt non ha ancora partecipato ad elezioni nazionali ed è difficile ad oggi dire quale elettorato rappresenti in Italia. Sulla base della mia esperienza, posso dire che il partito attira persone che ad oggi non si sentono rappresentate dai partiti presenti nell’arena politica. Penso inoltre che rappresenti predominantemente giovani, che riconoscono la rilevanza di studi e competenze e dunque desideriosi di formarsi; nonché figure adulte che hanno interesse sul futuro del Paese per loro o per i loro figli e nipoti. In Volt Italia la media degli attivisti si aggira sui 33 anni; in Volt Europa, sui 35. Secondo un sondaggio interno, ad oggi, in Volt Italia, il gruppo più grande è quello che va dai 26-35 anni (41%), segue il gruppo da 18-25 anni (24%) e da 36-55 anni (20%). Il numero di under 18 è invece basso (< 1%) e il gruppo da 56-65 anni è al 6%. Anche in Volt Europa il gruppo più grande è quello che va dai 26-35 anni (36%), mentre i gruppi da 18-25 anni e da 36-55 anni sono entrambi al 22%. Resta comunque basso il numero di under 18 (> 1%) e il gruppo da 56-65 anni (6%).

Quali sono i riferimenti culturali e politici a cui vi ispirate? In che rapporto vi ponete rispetto alle tradizioni delle famiglie politiche egemoni in Europa?
Volt è un partito in formazione, che sta raccogliendo varie identità. I riferimenti culturali e politici fanno senz’altro capo al progetto del manifesto Per un’Europa libera e unita, il manifesto di Ventotene, ma anche ad altri padri fondatori dell’Europa, come Robert Schuman, Jean Monnet, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi, che hanno creduto, attraverso intuizioni e sinergie, di realizzare l’Europa in via graduale e funzionalmente ai reciproci interessi, sulla base del principio di solidarietà. Da qui, il nostro desiderio di andare avanti, di porre in essere azioni che creino una solidarietà europea progressivamente sempre maggiore in tutti i settori della società e dell’economia. Per fare ciò siamo convinti che va alimentato il dibattito tra i cittadini europei, vanno condivise le migliori pratiche, messe a fattor comune conoscenze e dati senza frontiere per migliorare le politiche; tutto ciò come massimo esempio di sussidiarietà. Solidarietà e sussidiarietà sono principi cardine che guidano le nostre azioni. Rispetto alle tradizionali famiglie politiche egemoni in Europa, ci poniamo senz’altro in rapporto di dialogo pur se ad oggi non ci sentiamo rappresentati completamente da nessuna di queste. Da qui la nostra volontà di creare un gruppo progressista autonomo al Parlamento europeo, di nome Volt. Per noi il “carattere transnazionale” delle famiglie attuali – anche quello più accentuato di alcuni gruppi, come i Verdi – è ancora insufficiente da un lato per combattere lo spauracchio dei nazionalismi emergenti dopo le crisi, dall’altro, per raggiungere dei risultati migliori in un sistema europeo integrato. Non a caso, fino ad oggi, seppure siano stati fatti molti passi avanti, è rimasto un grosso divario tra aree europee e la politica di coesione non è riuscita a ridurre significativamente queste differenze.

Quali sono le principali difficoltà che avete incontrato nel fare conoscere il vostro movimento e i vostri programmi?
Le difficoltà quando si parte da zero e senza supporti esterni, sono sempre tante! In primis, basti pensare agli stessi ostacoli previsti negli ordinamenti, che limitano la partecipazione alle sfide elettorali di nuovi partiti politici, soprattutto in alcuni paesi, quali l’Italia e la Francia. In Italia la sfida della raccolta di 150.000 firme previste da una legge del lontano 1979 è stata enorme; ha implicato accingersi a studiare una normativa elettorale molto poco chiara (anche sotto il versante di come poter essere esentati dalla raccolta), organizzarci in modo capillare sul territorio, reperire autenticatori disponibili a svolgere il loro ruolo ai nostri banchetti per poter raccogliere le firme in modo conforme al dettato normativo, puntare su eventi fundraising per coprire costi e iniziare ad investire anche nella comunicazione. A ciò si aggiunge la scarsa attenzione constatata durante la raccolta delle firme da parte della stampa e le difficoltà riscontrate nei contatti tessuti per cercare di dare una qualche risonanza mediatica alla nostra iniziativa. I partiti politici sono sempre mal visti ed è difficile che personalità dello spettacolo e della cultura si espongano nel supportare, pur in maniera il più neutrale possibile, una causa che porta “l’etichetta politica”; altresì, anche nel mondo universitario abbiamo riscontrato una certa ritrosia. Anche Volt Francia ha avuto enormi difficoltà soprattutto di tipo economico-finanziario. Vanno menzionati i numerosi rigetti (circa 40, non motivati in via scritta – e dunque non impugnabili!) da parte delle banche per l’apertura del primo conto corrente intestato al partito, sui 3 richiesti (uno per le entrate del partito, uno per le uscite del partito e uno per il candidato); nonché, a maggior ragione in assenza di un conto corrente, l’impossibilità di reperire gli ingenti fondi – centinaia di migliaia di euro (quasi nell’ordine di un milione di euro) – richiesti per la campagna elettorale e più in particolare per la stampa delle schede elettorali da parte dei partiti, spesa che solo eventualmente (se superata la soglia del 3% di voti a livello nazionale) sarebbe stata in parte rimborsata dallo stato francese. Per essere eletti in Francia poi era necessario superare la soglia di sbarramento del 5%. Nel confronto, ci siamo resi conto come altri Paesi, quali la Germania, non hanno (correttamente!) questo tipo di ostacoli. In Germania era sufficiente raccogliere 4.000 firme non autenticate per presentarsi e non vi è alcuna percentuale di sbarramento per essere eletti.
Come partito, puntiamo ad una politica basata su fatti reali, su dati concreti per proporre adeguate risposte. Ma la raccolta di questi dati e il loro esame, non è mai sfida semplice! Avvertiamo anche noi i rischi della trappola del populismo…

L’elezione di Damian Boeselager, che in Germania ha raccolto circa 250.000 preferenze, sembra essere un incoraggiante punto di partenza. Prima di pensare a come sviluppare l’azione del partito all’interno del parlamento europeo, però, vi trovate a dover affrontare il problema della collocazione tra i gruppi parlamentari costituiti. Come si sta sviluppando il dibattito interno?
Sul tema delle alleanze politiche si è scelto di consultare (in modo non vincolante) tutti i Membri (gli iscritti), dando avvio a un dibattito interno che si è svolto principalmente attraverso l’invio di apposita documentazione, call, video e commenti scritti sulla nostra piattaforma di lavoro. Per riassumere i vari steps, alcuni capitoli nazionali di Volt hanno indicato le proprie motivate red lines prima di dare avvio ai negoziati, che poi hanno poi eliminato per permettere di individuare la soluzione migliore per Volt Europa nel suo complesso. I Membri sono stati informati sulle caratteristiche dei gruppi presenti al parlamento europeo e sul loro funzionamento interno e hanno potuto prendere visione delle proposte di collaborazione che sono state avanzate da alcuni gruppi, in particolare dal gruppo liberaldemocratico Alde e dai Verdi. In questo contesto i rappresentanti dei vari capitoli nazionali, incluso il nostro eletto al parlamento europeo, Damian, hanno espresso il loro parere sulle opzioni che erano in campo: unirsi all’Alde, ai Verdi o non entrare in alcun gruppo. Nel weekend dell’8/9 giugno, i Membri hanno espresso le loro preferenze: l’80% ha individuato come più favorita l’opzione di unirsi alla famiglia dei Verdi europei, in linea con i pareri espressi dai nostri rappresentanti. Ciò che senz’altro ha inciso negativamente nella valutazione della proposta dell’Alde è che Damian, eletto con Volt Deutschland, avrebbe dovuto far necessariamente parte della delegazione tedesca (Fdp), uniformandosi alle scelte espresse in quella sede; ciò, secondo noi, avrebbe “nazionalizzato” al massimo il nostro eletto e non avrebbe rispecchiato la nostra identità europea.

Pensate di prendere parte anche a elezioni nazionali e locali? Con quale obiettivo?
Certamente, e in realtà abbiamo già preso parte alle elezioni amministrative di Novi Ligure, presentando una lista Volt collegata al candidato sindaco del Pd Muliere, oltre ad aver partecipato ad altre elezioni locali presentando candidati inseriti in altre liste quali indipendenti. A questo livello, tra gli obiettivi vi è la necessità di diffondere la cultura europea volta a una concreta e operativa solidarietà e sussidiarietà anche nella risoluzione degli specifici problemi del territorio interessato, secondo due direzioni. Da un lato, diffondendo best practices attuate su analoghi/confrontabili territori europei, pensiamo, per fare un esempio, al tema dei rifiuti e delle acciaierie. Individuato un modello virtuoso si tratta di diffonderlo e l’UE dovrebbe finanziare questo trasferimento di modelli già studiati scientificamente e i cui effetti positivi sono stati già valutati ex post. Dall’altro lato, come partito paneuropeo, possiamo portare avanti su più territori nazionali non solo modelli virtuosi, ma anche proporre e attuare, in contemporanea, lo sviluppo di determinate politiche settoriali, in modo da poter moltiplicare gli effetti, creando sinergie tra i vari territori. Al tempo stesso, penso che bisogna puntare su politiche europee a carattere “incentivante” e premiale, per un’Europa che spinga, in modo gentile (nudge), verso il benessere comune.

 

 

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